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lunedì 29 aprile 2013

GOVERNO LETTA UNO THE SEQUEL ?

Governo Letta Uno, the sequel? 

Nasce il primo governo di Enrico Letta. Nasce con “sorprese” e conferme. Tra le seconde, il fatto che all’Economia resterà un tecnico puro, quale Fabrizio Saccomanni, malgrado gli ululati sulla imprescindibile necessità di dare ad un politico il ministero più politico e potente del paese. Ora ci attende lo scontato risveglio da un lungo sonno popolato di sogni. La notte prosegue, però.
Ad esempio, sappiamo che Saccomanni ha una posizione molto precisa e “classica” circa la gestione della crisi: le risorse per il taglio delle imposte che stanno uccidendo il paese possono e debbono venire da tagli di spesa. Ora, volendo evitare le solite canzoncine sulla cornucopia della lotta a corruzione ed evasione fiscale, questo significa una cosa sola: riqualificare la spesa, ovvero tagliarla. Vedremo quindi quali sembianze assumerà la versione duepuntozero della spending review, ma il punto fermo è che occorre passare da lì.
Nel frattempo, colpisce quello che appare come un vistoso appeasement di Berlusconi, che avrebbe rimosso tutti i veti e le pregiudiziali programmatiche che parevano impedire la nascita del governo Letta. E così, Silvio ha lasciato soli i falchi dell’economia, tra i quali si odono gli strepiti di Renato Brunetta, che oggi rilascia al Messaggero una intervista in cui lascia trasparire la propria opposizione al governo Letta, se le cose andassero male. Segnatevi qualche passaggio, ad uso dei posteri, enfasi nostra:
«Letta ha accettato integralmente gli otto punti del nostro programma. E la cancellazione dell’Imu sulla prima casa e sui terreni agricoli, nonché la restituzione di quanto pagato lo scorso anno sono fondamentali. O ci sarà questo preciso impegno da parte del presidente del Consiglio, o non voteremo la fiducia al governo»
E ancora:
Ma non le sembra difficile, presidente Brunetta, che Letta possa già impegnarsi a trovare nel bilancio dello Stato le risorse necessarie per abolire Imu e addirittura restituire quanto già pagato? «I fondi ci sono. Letta, durante le trattative per il governo, ha capito benissimo i termini del problema e ci ha dato la sua parola, della quale mi fido completamente. Perciò, domani lo ascolterò molto attentamente»
«(…) i tempi per mettere a punto uno strumento a vigenza immediata che assicuri già la cancellazione della prima rata dell’Imu, a giugno, e la restituzione dell’imposta 2012 sono strettissimi. Parlo di un decreto legge ad hoc da varare subito perchè il 6 maggio è già calendarizzata la discussione del Def, predisposto da Monti. Per questo, è urgente che Letta si esprima subito»
«Sto già scrivendo il mio discorso per la fiducia». E che dirà? «Per prima cosa, annuncerò agli italiani che a giugno non dovranno pagare l’Imu sulla prima casa»
Ora, a parte questa infantile impuntatura sull’Imu prima casa e sulla restituzione di quanto pagato nel 2012, ignorando completamente che la cancellazione dell’Imu prima casa è regressiva e che, grazie alle esenzioni, già oggi la platea degli esenti è vastissima e comunque servirebbe concentrarsi su altro, che accadrà realmente se e quando il governo non darà seguito al diktat-ultimatum di Brunetta? Che farà Berlusconi? E soprattutto, perché questo appeasament?
D’acchito, viene da pensare che, alla fine, Napolitano abbia indotto Berlusconi a più miti consigli, e che il Cav. si sia fatto bastare la messa in cantiere dello sbriciolamento del Pd e l’acquisto di tempo per proprie note finalità. Potremmo essere tutti fortunati ed incassare un qualche allentamento significativo delle regole europee sul patto di stabilità, ma si tratta di un evento al momento non previsto, men che mai a cinque mesi dalle elezioni tedesche. E’ vero che quest’anno avremo minore stretta fiscale complessiva, ma l’inerzia di un sistema economico fortemente deteriorato, quale è il nostro, continuerà ad esercitare influssi fortemente negativi, di cui si trova traccia anche nella revisione in peggio delle stime di crescita. Ha già cominciato Moody’s, portando la nostra contrazione per il 2013 all’1,8 per cento, contro stime ufficiali governative ferme a meno 1,3 per cento.
La dinamica ormai dovreste conoscerla: più contrazione, più buco di bilancio. Pensate davvero di trovare risorse per ridurre la pressione fiscale? A Brunetta l’ardua risposta. Se le cose andranno in questi termini, cioè se il deterioramento della nostra economia proseguirà, Berlusconi finirà con l’inalberarsi, darà la colpa della situazione al governo ed al tecnico che siede in via XX Settembre, e toglierà la fiducia all’esecutivo. Attese anche segnalazioni sul Giornale della affiliazione di Enrico Letta al Bilderberg, naturalmente. Prima di tali eventi assisteremo ad una nuova e copiosa produzione di slide powerpoint da parte di Brunetta, eccetera eccetera.
Forse saremo più fortunati: la crisi terminerà, l’Europa ci autorizzerà a sforare di un paio di punti percentuali il deficit-Pil, ed il sole sorgerà ad Ovest. In caso ciò non accadesse, avremo la replica in copia conforme del teatrino allestito nella fase finale del governo Monti. Per ora ci facciamo bastare il sorridente penultimatum di Brunetta, nel paese dell’eterno ritorno.

ISTAT STIPENDI ANCORA FERMI

Istat, stipendi ancora fermi 

Retribuzioni ferme a marzo. Le retribuzioni contrattuali restano infatti invariate rispetto a febbraio, aumentando dell'1,4% su base annua. A rilevarlo è l'Istat.
Il dato tendenziale, nonostante la frenata dei prezzi, rimane comunque sotto l'inflazione (all'1,6%), ma il divario si restringe ancora (pari a 0,2 punti percentuali). Con marzo diventano due i mesi consecutivi con crescita congiunturale pari a zero, con il rialzo annuo fermo all'1,4%.
Ecco dunque che il primo trimestre 2013 resta freddo, con un incremento pari solo all'1,4%. Tornando a marzo, a fronte di un aumento tendenziale medio dell'1,4%, i settori che presentano gli incrementi maggiori sono: alimentari bevande e tabacco (3,6%); tessili, abbigliamento e lavorazioni pelli (2,8%); acqua e servizi di smaltimento rifiuti (2,6%). Si registrano, invece, variazioni nulle per il comparto delle telecomunicazioni e in tutta la pubblica amministrazione.
Con riferimento ai principali macrosettori , a marzo le retribuzioni orarie contrattuali segnano un incremento tendenziale dell'1,8% per i dipendenti del settore privato, mentre restano ferme per quelli della pubblica amministrazione. In prospettiva, fa sapere l'Istat, l'indice per dipendente delle retribuzioni contrattuali per l'intera economia, proiettato per tutto l'anno sulla base delle disposizioni definite dai contratti in vigore alla fine di marzo, registrerebbe nel 2013 un incremento dell'1,2%.
Con riferimento al semestre aprile-settembre 2013, in assenza di rinnovi, il tasso di crescita tendenziale dell'indice generale sarebbe dell'1,2%, come media delle variazioni mensili che si ridurrebbero gradualmente dall'1,3% di aprile all'1,0% di settembre. In particolare, guardando ai diversi accodi, nei prossimo mesi scadono le intese che riguardano il settore della moda e dei pubblici esercizi e alberghi.
Sempre a marzo , infine, restano in attesa di rinnovo 44 accordi (15 appartenenti nella Pa) relativi a circa 5,3 milioni di dipendenti (2,9 mln nel pubblico). La quota di dipendenti che aspetta il rinnovo e' pari al 40,8%, in riduzione rispetto a febbraio a seguito dell'entrata in vigore di tre rinnovi contrattuali. Tra gli accordi monitorati dall'Istat, infatti, sono state recepite le intese energia e petrolio, energia elettrica e Rai, mentre nessun contratto è scaduto.  

IN CINQUE ANNI OLTRE 1 MILIONE DI DISUCCUPATI IN PIU

In cinque anni oltre 1 milione di disoccupati in più  

In cinque anni la disoccupazione media in Italia è quasi raddoppiata (+82,2%): una persona su due che cerca lavoro è al sud, ma in percentuale l’incremento maggiore si rileva al nord (+121,3%). E’ quanto emerge dalle elaborazioni dell’Adnkronos, sulla base degli ultimi dati pubblicati dall’Istat sulla media annuale del numero di persone in cerca di lavoro a partire dai 15 anni.
Secondo gli aggiornamenti dell’Istituto di statistica i disoccupati, nella media annuale del 2012, sono stati 2,74 milioni, un record storico da quando, nel 1993, è iniziato il monitoraggio. Esaminando gli anni della crisi emerge che lo scorso anno si è registrato un boom del numero di disoccupati, che sono aumentati del 30,2% (+636.000 unità). Osservando l’andamento degli anni precedenti si rileva che il forte incremento dello scorso anno segue a un anno di sostanziale stallo (nel 2011 l’incremento era stato solo dello 0,3%).
Una sosta, però, che arrivava dopo tre anni di incrementi sostenuti: +8,1% nel 2010, +14,9% nel 2009 e e +12,3% nel 2008. La disoccupazione a livello nazionale nel 2012 è aumentata di 4,6 punti percentuali, rispetto al dato del 2007, con picchi di 6,2 punti al sud, che portano il tasso delle persone in cerca di occupazione al 17,2 per cento. Va meglio al centro e al nord, dove si registrano rispettivamente incrementi del 3,8% e del 3,9%, che fanno salire il dato complessivo al 9,5% e 7,4 per cento.
Prima che iniziasse la crisi i disoccupati al nord erano 432.000 (28,7% del totale), mentre al centro si trovavano altri 267.000 (17,7%) e al sud 808.000 (53,6%). Cinque anni dopo i disoccupati sono aumentati del 121,3% al nord, arrivando a quota 956.000, mentre il sud da solo ospita 1,3 mln di persone in cerca di lavoro (+63,1%); al centro si trovano i restanti 507.000 disoccupati (+89,9%). Cresce più in fretta del dato nazionale il numero dei disoccupati di lungo periodo (in cerca di lavoro da oltre dodici mesi), che in cinque anni è aumentato del 104,4%. Nel 2007 erano 704.000 (il 46,7% del totale) e sono arrivati a superare 1,4 mln (52,4% del totale). Il confronto tra gli ultimi anni mostra che i giovani disoccupati sono cresciuti meno rispetto alla media nazionale: nel 2007 erano 380.000 e lo scorso anno sono diventati 611.000 (+60,1%). Rispetto al totale delle persone in cerca di occupazione sono passati dal 25,2% al 22,3%. In particolare le ragazze erano il 46,3% dei giovani alla ricerca di un lavoro e sono scese al 43,4%: tra il 2007 erano 176.000 e sono arrivate a 265.000 (+50,6%). Più marcato l’aumento dei maschi senza un lavoro: erano 204.000 prima della crisi e sono diventati 345.000, con un incremento del 69,1%.
Rispetto a un quadro generale preoccupante, la situazione dei giovani appare catastrofica. Nella fascia tra 15 e 24 anni il 46,9% al sud cerca lavoro, con un incremento di 14,6 punti percentuali. A livello nazionale le nuove generazioni senza occupazione sono aumentate del 15%, arrivando al 35,3%. L’incremento maggiore riguarda il centro (+16,8 punti), dove si raggiunge il 34,7% di disoccupazione.
La situazione migliore, per i giovani, è invece al nord dove “solo” uno su quattro è in cerca di lavoro (26,6%), con una crescita comunque sostenuta (14,5 punti). Per trovare dei dati generali che si avvicinino alle punte toccate lo scorso anno bisogna risalire al 1998, quando le persone in cerca di lavoro erano 2,68 milioni. Dal livello minimo raggiunto raggiunto alla fine degli anni novanta è iniziata una lenta ma progressiva riduzione dei disoccupati, che è proseguita fino al 2007. In quell’anno le persone in cerca di occupazione erano scese a quota 1,5 milioni, raggiungendo il minimo storico; ma l’arrivo della crisi ha inghiottito tutti i passi in avanti fatti lasciando per strada, in cinque anni, 1,24 milioni di persone in più.
Prima che iniziasse la crisi i disoccupati al nord erano 432.000 (28,7% del totale), mentre al centro si trovavano altri 267.000 (17,7%) e al sud 808.000 (53,6%). Cinque anni dopo i disoccupati sono aumentati del 121,3% al nord, arrivando a quota 956.000, mentre il sud da solo ospita 1,3 milioni di persone in cerca di lavoro (+63,1%); al centro si trovano i restanti 507.000 disoccupati (+89,9%). Cresce più in fretta del dato nazionale il numero dei disoccupati di lungo periodo (in cerca di lavoro da oltre dodici mesi), che in cinque anni è aumentato del 104,4%. Nel 2007 erano 704.000 (il 46,7% del totale) e sono arrivati a superare 1,4 milioni (52,4% del totale).
Il confronto tra gli ultimi anni mostra che i giovani disoccupati sono cresciuti meno rispetto alla media nazionale: nel 2007 erano 380.000 e lo scorso anno sono diventati 611.000 (+60,1%). Rispetto al totale delle persone in cerca di occupazione sono passati dal 25,2% al 22,3%. In particolare le ragazze erano il 46,3% dei giovani alla ricerca di un lavoro e sono scese al 43,4%: tra il 2007 erano 176.000 e sono arrivate a 265.000 (+50,6%). Più marcato l’aumento dei maschi senza un lavoro: erano 204.000 prima della crisi e sono diventati 345.000, con un incremento del 69,1 per cento.

LETTA FA IL SUO DISCORSETTO E CORRE SUBITO

Governo, Letta fa il suo discorsetto alla Camera e corre subito a Berlino e Parigi per il via libera

Europa, giovani, responsabilita', unita'. E non potevano mancare le riforme, nello schema del ricatto di “Re Giorgio”: tempo diciotto mesi o andiamo tutti a casa. E giù applausi: ben 33 in 50 minuti di intervento.
A sentire il discorso programmatico che oggi il presidente del Consiglio Enrico Letta ha tenuto alla Camera si tocca con mano l’arroganza del potere. Un potere senza maggioranza e nemmeno senza opposizione, e segnato dalla cooptazione pura da parte del "reggitore unico". Letta si permette il lusso della girandola delle parole senza una vera identità politica che non sia quella del refrain “lo vuole l’Europa”. Un discorso praticamente inutile che ha sbandierato cose prive di senso come un’”Italia nuova, piu' solidale e proiettata sui giovani e sull'integrazione dei nuovi italiani”. Filo conduttore l''unita'', che come la trama di un tessuto deve tenere insieme il paese ma anche le forze di governo.
Non sono mancati i numerosissimi passaggi sull'Europa “stella polare” per il nostro paese. Non appena ricevuta la fiducia, udite udite, ''gia' da domani sera, e poi mercoledi' e giovedi' - ha fatto sapere il premier - visitero' Bruxelles, Berlino e Parigi per dare il segno che il nostro governo è europeo e europeista. Se l'Europa fallisse - ha scandito - saremmo tutti perdenti sia nel Nord che nel Sud del Continente''. Forte anche il richiamo alla ''responsabilita''', soprattutto della politica di fronte al paese.
Per Paolo Ferrero, segretario del Prc, “il governo Letta si presenta come il fedele esecutore delle direttive europee sull’austerità che stanno pesantemente aggravando la crisi. Non una parola contro il Fiscal Compact, non una parola sulla redistribuzione del reddito e non una indicazione su come trovare le risorse per le misure annunciate. La continuità con Monti è nei fatti totale. La vera notizia del discorso odierno è il patto di legislatura tra le forze politiche che compongono il governo, un patto costituente che cerca di espungere l’alternativa economica e sociale dall’ambito della politica italiana. Da parte nostra ci sarà una dura opposizione che partirà dal paese, a cominciare dalla manifestazione indetta dalla Fiom per il 18 maggio prossimo”. Parole poco tenere anche dall’M5S. "Manca solo la pace nel mondo, per il resto c'e' tutto...", dice Riccardo Nuti, vicecapogruppo alla Camera."Il problema - aggiunge - e' quel che si fa, non quel che si dice. I fatti parlano chiaro". "Sulla province ad esempio - incalza – loro dicono che vogliono abolirle, ma poi continuano a candidarsi; i rimborsi elettorali? Se sono d'accordo con noi, perche' continuano a prenderli? Basta non farlo e il problema e' risolto. La questione e' passare dalle parole ai fatti. La politica ha perso credibilita' proprio perche' si e' limitata alle parole, e noi perche' dovremmo iniziare a credergli da oggi? Non vedo cosa e' cambiato", conclude.
Rincara la dose Andrea Colletti, che nel suo intervento dallo scranno accusa il governo di essere ''una mano di vernice su un muro irrimediabilmente rovinato dalla muffa'' e poi attacca la scelta di Alfano al ministero dell'Interno richiamando la ''trattativa Stato mafia e il bavaglio alla magistratura'' e il rapporto di parentela tra Enrico Letta e lo zio Gianni, esempio di ''intreccio familistico''. Parole che generano il caos.

LEGGE PER PROVOCARE ARTIFICIALMENTE LA PIOGGIA

Legge per provocare artificialmente la pioggia 

 

In data odierna, 1 marzo 2013 Il presente documento ha valore ufficiale.
Capitolo P-43
1. Nella presente legge, le seguenti parole significano:
 a) «pioggia»: qualsiasi precipitazione di acqua proveniente dall’atmosfera nella forma di precipitazioni solide o liquide;
 b) «ministro»: il ministro per lo Sviluppo sostenibile, l’Ambiente e il Verde pubblico
1970, c. 28, a. 1; 1979, c. 49, a. 22; 1994, c. 17, a. 75; 1999, c. 36, a. 158; 2006, c. 3, a. 35.
2. Nessuno può provocare artificialmente la pioggia su un territorio dato se non sia stato preventivamente dichiarato abilitato a farlo dal governo che agisce su raccomandazione del ministro.
1970, c. 28, a. 2.
3. Ai sensi della presente legge si intende che qualcuno provoca artificialmente la pioggia se ne provoca, o tenta di provocarne, la precipitazione artificiale.
1970, c. 28, a. 3.
4. Chiunque desideri essere abilitato a provocare artificialmente la pioggia deve farne domanda al ministro nelle forme prescritte dalle norme e giustificare la detenzione delle qualità e delle condizioni richieste dai regolamenti.
1970, c. 28, a. 4.
5. Se il governo dichiara qualcuno abilitato a provocare artificialmente la pioggia, il ministro gli rilascia un certificato a tal fine.
1970, c. 28, a. 5.
6. Il ministro notifica direttamente sulla Gazzetta ufficiale del Quebec il rilascio del certificato.
1970, c. 28, a. 6.
7. Chiunque detenga un certificato di cui sopra all’articolo 5 non può intraprendere atti destinati a provocare artificialmente la pioggia senza esserne specificatamente autorizzato dal ministro.
1970, c. 28, a. 7.
8. Non può inoltrare domanda di autorizzazione al ministro il richiedente che non abbia pubblicato almeno due volte nella stessa settimana, in date diverse, su un quotidiano di lingua francese e uno di lingua inglese diffuso sul territorio in cui deve avvenire l’operazione, un avviso che dichiari:
 a) il fatto che sarà inoltrata domanda di autorizzazione al ministro alla fine della settimana in cui è stato pubblicato l’avviso;
 b) il periodo durante il quale avverrà l’operazione;
 c) il territorio in cui avverrà;
 d) il metodo che sarà impiegato per l’operazione
Se è fatto assodato per il ministro che non circola alcun quotidiano sul territorio in cui è prevista l’operazione, egli può prescrivere un’altra modalità di comunicazione.
1970, c. 28, a. 8.
9. L’operazione non può iniziare prima che la persona autorizzata non abbia pubblicato l’autorizzazione del ministro sulla Gazzetta ufficiale del Quebec
1970, c. 28, a. 9.
10. Il governo può, se lo ritiene urgente, esonerare di pubblicare quanto previsto agli articoli 8 e 9.
1970, c. 28, a. 10.
11. Il governo può, tramite regolamenti:
 a) determinare le qualità richieste di chiunque desideri essere dichiarato abilitato a provocare artificialmente la pioggia, le condizioni da rispettare, le relazioni da presentare e i bolli da pagare;
 b) determinare la forma della domanda del certificato di cui all’art. 5, la forma, il merito e la durata di detto certificato e le condizioni del suo rinnovo;
 c) su riserva dell’articolo 13, indicare i casi in cui un certificato possa essere abrogato.
1970, c. 28, a. 11.
12. I regolamenti entrano in vigore alla data della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale del Quebec o a qualsiasi altra data indicata su detta pubblicazione.
1970, c. 28, a. 12.
13. Chiunque abbia infranto una delle disposizioni della presente legge o dei regolamenti compie una infrazione ed è passibile di multa compresa tra i 200 $ e i 1 000 $ se si tratta di una persona fisica e di multa di minimo 500 $ e di massimo 5 000 $ se si tratta di una persona giuridica.
La condanna comporta la revoca del certificato che non è più rinnovabile in questo caso.
1970, c. 28, a. 13; 1990, c. 4, a. 723; 1999, c. 40, a. 237.
14. Qualora una persona giuridica compia un’infrazione alla presente legge o a un regolamento, qualsiasi funzionario, amministratore, impiegato o agente di detta persona giuridica che abbia prescritto o autorizzato l’infrazione o che vi abbia dato l’assenso, il consenso o la sua partecipazione, è considerato come parte all’infrazione ed è passibile della stessa pena prevista per la persona giuridica, quand’anche quest’ultima non sia perseguita o dichiarata colpevole.
1970, c. 28, a. 14; 1999, c. 40, a. 237.
15. (Abrogato)
1970, c. 28, a. 15; 1992, c. 61, a. 490.
16. (Articolo nullo dal 17 aprile 1987).
1982, c. 21, a. 1; R.-U., 1982, c. 11, ann. B, parte I, a. 33.
ALLEGATO ABROGATIVO
Ai sensi dell’articolo 17 della Legge di rifusione delle leggi (capitolo R-3), il capitolo 28 delle leggi del 1970, entrate in vigore il 31 dicembre 1977, eccetto l’articolo 16, è abrogato a partire dall’entrata in vigore del capitolo P-43 delle Leggi riformulate.

 

MACCHE CRISI L'ITALIA SALE TRA I 10 GRANDI DELLA

Macchè Crisi, l’Italia sale tra i «10 Grandi» della Spesa Militare 

Macché crisi! Nel 2012 l’Italia è salita al decimo posto tra i paesi con le più alte spese militari del mondo, rispetto all’undicesimo nel 2011. Lo documenta il Sipri, l’autorevole istituto internazionale con sede a Stoccolma, che ha pubblicato ieri gli ultimi dati sulla spesa militare mondiale. Quella italiana ammonta su base annua a circa 34 miliardi di dollari, pari a 26 miliardi di euro. Il che equivale a 70 milioni di euro al giorno, spesi con denaro pubblico in forze armate, armi e missioni militari all’estero. Mentre mancano i fondi anche per pagare la cassa integrazione.
Usa/Nato sempre in testa
A fare da locomotiva della spesa militare mondiale, salita nel 2012 a 1753 miliardi di dollari, sono ancora gli Stati uniti, con 682 miliardi, equivalenti a circa il 40% del totale mondiale. Compresi gli alleati, la spesa militare Nato ammonta a oltre 1000 miliardi annui,  equivalenti al 57% del totale mondiale.
Tra i «G-10» – Usa, Cina, Russia, Gran Bretagna, Giappone, Francia, Arabia Saudita, India, Germania, Italia – la cui spesa militare equivale ai tre quarti di quella mondiale, gli Stati uniti spendono più degli altri nove messi insieme. Nella presentazione del budget del Pentagono si ribadisce che gli Usa posseggono «le forze armate meglio addestrate, meglio dirette e meglio equipaggiate che siano mai state costruite nella storia» e che sono decisi a mantenere tale primato.
Obiettivo del Pentagono è rendere le forze Usa più agili, più flessibili e pronte ad essere dispiegate ancora più rapidamente. La riduzione delle forze terrestri si inquadra nella nuova strategia, testata con la guerra di Libia: usare la schiacciante superiorità aerea e navale Usa e far assumere il peso maggiore agli alleati. Ma non per questo le guerre costano meno: i fondi necessari vengono autorizzati dal Congresso di volta in volta, aggiungendoli al bilancio del Pentagono.
L’annunciato taglio del budget militare Usa di 45 miliardi annui nel prossimo decennio è quindi tutto da vedere. Va inoltre considerato che, oltre al budget del Pentagono, vi sono nella spesa federale altre voci di carattere militare – tra cui 140 miliardi annui per i militari a riposo, 53 per il «programma nazionale di intelligence»,  60 per la  «sicurezza della patria» – che portano la spesa reale Usa a oltre 900 miliardi, ossia a più della metà  di quella mondiale.
La rincorsa degli altri
La strategia Usa punta ad accrescere la spesa militare degli alleati, sia interni che esterni alla Nato, anche perché è l’industria bellica statunitense a fornire loro la maggior parte degli armamenti. I risultati non mancano: la spesa militare dell’Europa orientale è aumentata nel 2012 di oltre il 15% rispetto all’anno precedente. La Polonia aggiungerà al budget militare, in dieci anni, 33,6 miliardi di euro per potenziare le forze armate realizzando (con tecnologie importate dagli Usa) un proprio «scudo missilistico» nel quadro di quello Usa/Nato.
In forte aumento anche la spesa militare degli alleati mediorientali, cresciuta in un anno di oltre l’8%: in testa l’Oman con il 51% di aumento e l’Arabia saudita con il 12%. In forte crescita anche quella del Nordafrica, aumentata del 7,8%. In America latina, è in testa il Paraguay con un aumento annuo del 51%, mentre la spesa militare del Messico è cresciuta di circa il 10%.
Nelle stime del Sipri, la Cina resta al secondo posto mondiale, con una spesa stimata nel 2012 in 166 miliardi di dollari, equivalenti al 9,5% di quella mondiale. Ma il suo ritmo di crescita (175% nel 2003-2012) è maggiore rispetto a quello degli altri paesi. Tale accelerazione è dovuta fondamentalmente al fatto che gli Usa stanno attuando una politica di «contenimento» della Cina, spostando sempre più il centro focale della loro strategia nella regione Asia/Pacifico. In rapido aumento anche la spesa della Russia, che con 90 miliardi di dollari si piazza al terzo posto mondiale.
Il coro di quanti hanno accolto i dati del Sipri inneggiando ai «tagli» della spesa militare statunitense e al «crollo» di quella italiana è un grottesco tentativo di nascondere la realtà: il fatto che si gettano nel pozzo senza fondo della spesa militare enormi risorse che invece che usate per risolvere i problemi vitali servono a preparare nuove guerre aggravando la condizione di povertà in cui è regalata meta della popolazione Mondiale

domenica 28 aprile 2013

I PAZZI E IL DELIRIO DEL PILOTA AUTOMATICO

Il "pazzo", i pazzi e il delirio del pilota automatico alla guida del Paese 

"Chi ha sparato a Palazzo Chigi era disperato per la perdita del lavoro. Urge dare risposte perche' la crisi trasforma le vittime in carnefici". Il presidente della Camera Laura Boldrini ha cercato di avvicinarsi il più possibile, dall’alto del suo scranno, a ciò che è accaduto stamattina alle 11.40 in piazza Colonna. Non servono tanti giri di parole, e nemmeno tirare in ballo il terrorismo per cogliere il senso del gesto di Luigi Preiti. Eppure, in tanti, tra i politici, hanno parlato d’altro. Come quell’ampia schiera di diretta derivazione berlusconiana (Gasparri, Larussa, Santanché, etc.) sempre pronta a prendere a pretesto episodi come questo per alludere al pugno duro delle politiche securitarie. Certi ragionamenti lasciano il tempo che trovano, e sono simmetrici al pietismo liquidatorio di stampo neocentrista. Boldrini ha colto la disperazione, il riflesso di una situazione più generale. Non poteva leggere, però, quanto, sia l’episodio di piazza Colonna sia le centinaia di gesti di autolesionismo quasi sempre drammatici a cui siamo costretti ad assistere da mesi, indichino un malessere più profondo provocato dalle istituzioni e, per quello che vale ancora, dalla politica.
Nel giorno del giuramento del neogoverno “affamapopolo” il vero punto di realtà l’ha scritto questo muratore disoccupato che con la sua disperazione ci rimanda ad un Paese allo stremo, che non ha più nemmeno la capacità di guardarsi “dentro” e “attorno” per provare a capire cosa bisogna realmente fare. Colpisce il ‘fattore sorpresa’ di parenti e amici nel dramma di quest'uomo, sia detto per inciso. Una sorpresa che nasce appunto da una comunità costretta ormai all’evanescenza nei rapporti e nei valori e all’assenza di strumenti per decrittare la realtà e le persone che si muovono in essa.
Il programma di Letta, i saggi, Napolitano, Saccomanni, Bonino: tutti stanno lì con la funzione di compiacere Ue, Bce e Fmi. Il loro obiettivo, o meglio quello programmato dal presidente della Repubblica, è quello da una parte di rimettere in circolazione un po’ di credibilità internazionale del Bel Paese, affinché lo spread non si agiti troppo e, dall’altra, convincere Merkel e Draghi che siamo pronti ad altri sacrifici. Se c’è un delirio in campo è il loro, non ci sono dubbi. E’ il delirio del ‘pilota automatico’, come l’ha ‘tecnicamente’ chiamato il presidente della Bce Mario Draghi. Si pensa tranquillamente che un paese possa essere governato senza una rappresentanza reale e col peggior programma economico della storia della Repubblica dal dopoguerra. Questa sì che è follia. Ho sempre pensato che la politica non è andata in crisi per la vicenda delle mazzette, ma per la sua totale riducibilità di fronte al crescere dei poteri forti e dei circoli finanziari internazionale che, motu proprio, si sono via via appropriati di pezzi sempre più grandi di sovranità. Il delirio è pensare che si possa vivere all’ombra di questi processi. Il delirio è pensare che possa esserci una "zona tecnica" in cui agire in valore assoluto esimendosi totalmente dal produrre senso per la società. Se la politica non fa questo cos'altro dovrà mai fare?
Nel gesto di Preiti, complesso nelle ragioni e negli esiti, c’è in qualche modo un elemento di realismo in relazione alla constatazione della fine di ogni senso vero nel consesso sociale e quindi dell’unico possibile esito da un punto di vista individuale, quello della distruzione e dell’autodistruzione. Un gesto eclatante contro i politici, in un giorno e in luogo simbolo, e poi il suicidio. Era questo a quanto pare il suo piano, secondo quanto ha riferito agli inquirenti. ''Siamo davanti a una persona con lucidita' cognitiva. A un atto criminale non compiuto in preda a delirio o in stato confusionale ma pianificato - ha commentato Luigi Janiri, professor associato di Psichiatria dell'Universita' Cattolica Sacro Cuore di Roma - ed e' proprio il proposito di suicidarsi che va esplorato come rabbia per il proprio scadimento sociale e per la precarieta' che chi ha sparato vedeva in se stesso ma anche nella societa''', con la politica priva di soluzioni al disagio, piu' che di poteri forti. Preiti viene descritto come bravo muratore che, dopo aver perso il lavoro anni fa, ''ha fatto un rapido gradino verso il basso'' perdendo affetti coniugali e indebitandosi col gioco d'azzardo. La depressione, precisa Janiri, ''non comporta solo autolesionismo ma nei casi di depressione maggiore e' anche etero lesiva. Uno se la prende con la societa', con la crisi”. Qui però la crisi è stata la causa diretta del suo forte disagio. Un disagio vissuto perfino dalle stesse forze dell'ordine che davanti a palazzo Chigi hanno commentato: "Siamo alla guerra tra poveri".

BERTOLA IL PROBLEMA E'CHE MILIONI DI ITALIANI VORREBBERO


BERTOLA (M5S): "IL PROBLEMA È CHE MILIONI DI ITALIANI VORREBBERO POLITICI MORTI 

TORINO - «Il vero problema non è che qualcuno vada davanti a Palazzo Chigi e spari durante il giuramento del governo. Il vero problema è che in questo momento, ne sono assolutamente certo, ci sono alcuni milioni di italiani che pensano 'peccato che non abbia fatto secco almeno un ministro». È il messaggio postato su Facebook da Vittorio Bertola, consigliere comunale di Torino del Movimento 5 Stelle. «Ovviamente non auspico che questo accada - precisa Bertola all'ANSA - ma sono assolutamente convinto che siano tanti quelli che lo pensano, perchè purtroppo, in questo momento, ci sono tante persone disperate e la politica non sta facendo nulla per aiutarle».

VENDOLA IL REGIME INCOLPA CHI E' CONTRO L'INCIUCIO

Vendola sulla sparatoria: "Il regime incolpa chi è contro l'inciucio" 

Su Twitter il leader di Sel polemizza con il centrodestra: "Criminalizzare il dissenso sa di regime". E Di Pietro rincara la dose: "Vogliono usare un fatto di cronaca per scopi politici"Nel giorno della sparatoria davanti a Palazzo Chigi, arriva la condanna unanime da parte delle forze politiche.
Ma c'è una voce che si spinge oltre e approfitta dell'occasione per scatenare un'assurda polemica politica. Si tratta di Nichi Vendola, governatore della Puglia e leader di Sel, che su Twitter scrive questo messaggio: "Un disperato o pazzo spara ed è tutta colpa di chi dissente, di chi non si piega all’inciucio... Non sentite puzzetta di regime?".
Quella di Vendola è una risposta polemica a quanto, ore prima, avevano affermato altri esponenti politici, in particolare del centrodestra. Renato Schifani, capogruppo dei senatori del Popolo della libertà, aveva dichiarato: "Quello che è successo stamattina davanti a Palazzo Chigi è un attacco alle istituzioni che deve indurre a riflettere... soprattutto chi in questi mesi, e anche negli ultimi giorni, ha alimentato veleni e acuito un clima di scontro politico e sociale".
Considerazioni condivise dal capogruppo del Pdl alla Camera, Renato Brunetta: "Chi semina vento raccoglie tempesta - ha detto al Tgcom24 -. Tanti anni di odio e di antipolitica e negazione del dialogo e dell'avversario, visto sempre come il nemico, tutto questo insieme a una fortissima crisi economica. Il cocktail drammatico di questi
elementi può portare alla disperazione criminale, omicida e suicida".

Sulla stessa linea Ignazio La Russa, presidente del movimento Fratelli d’Italia: "Abbiamo sempre sostenuto che la predicazione dell’odio e dell’abbattimento dell’avversario che si manifesta anche col sistematico disturbo organizzato delle manifestazioni altrui a cui il centrodestra non si é mai accodato, può portare le persone psicologicamente predisposte all’uso criminale della violenza".
Antonio Di Pietro, invece, si allinea a Vendola: "Mi auguro - scrive sul proprio blog - che nessuno continui a strumentalizzare questo episodio per criminalizzare chi, come il Movimento Cinque Stelle in parlamento e noi nelle
piazze, nel pieno e trasparente rispetto delle regole democratiche, si oppone all’accordo Pd-Pdl-Monti
e al governo Letta... I soliti soloni infatti stanno tentando in tutti i modi di giustificare il governo dell’inciucio con un fatto drammatico. Tentano di accorpare a un’unica trama questi due fatti, tra loro molto diversi. Insomma, vogliono utilizzare un fatto di cronaca per scopi politici e per creare un allarmismo sociale, volto a condizionare le
valutazioni sul nuovo esecutivo. Io non ci sto".

LA LINGUA BIFORCUTA DELLA MASSONERIA

La lingua biforcuta della massoneria 

 Tutti a condannare la violenza di un folle, ma Gasparri, La Russa e Alemanno si spingono un po’ più in là e indicano nella benzina gettata sul fuoco dal M5S la causa del gesto di Luigi Preiti. La sceneggiata si ripresenta uguale a quella degli anni di piombo, che andava sotto il nome di strategia della tensione.
Lo scopo è sempre lo stesso: rinsaldare il potere che in questi ultimi mesi è andato sfilacciandosi nella coscienza collettiva degli italiani. Paragonando quanto successo davanti a Palazzo Chigi ai più clamorosi atti definiti terroristici degli ultimi tempi, sembra di assistere ad un attentato “false flag”, in cui ad essere colpiti sono membri della nazione da cui partono le direttive massoniche di controllo della popolazione.
Come a Pearl Harbor nel 1941 e a New York l’undici settembre 2001 a morire furono cittadini americani le cui vite spezzate diedero al governo USA il pretesto, rispettivamente, per entrare in guerra contro il Giappone e invadere Afghanistan e Iraq, così con l’attentatore calabrese solitario il governo massonico appena eletto potrà indicare il prossimo nemico da sconfiggere, magari proprio il M5S che si è unito al coro dei camerieri nel condannare la violenza, ma che potrebbe non essere del tutto credibile di fronte all’opinione pubblica. Far scendere la percentuale di votanti per il movimento di Beppe Grillo potrebbe già essere un buon risultato, nel caso in cui il governo neoeletto dovesse cadere e si tornasse alle urne. La vita di due carabinieri varrebbe tale risultato.

Attentatore palazzo ChigiUna cosa deve essere chiara: non è il M5S a fomentare l’ odio verso “Il Palazzo”. Semmai ne è lo strumento per attutirlo, per fungere da collettore dei malumori che nascono spontanei nella popolazione.
Il potere dovrebbe ringraziare Grillo per questo servigio, se mai si desse il caso che il potere ringrazi se stesso.
I commenti dei benpensanti sono marcatamente manicheistici. Il male è quello che spara sui carabinieri, da sempre cani da guardia delle istituzioni, fedeli, nei secoli, come cani. I buoni sono quelli che siedono sugli scranni del parlamento e che si fanno in quattro per affrontare la crisi assassina che porta alla chiusura di fabbriche e al suicidio di chi non ce la fa più. Peccato che la crisi l’abbiano creata loro, su disposizione dei loro padroni banchieri.
La massoneria che gestisce la vita di milioni di persone è abituata a dire bianco pensando al nero. A dire nero pensando al bianco. E quando Monti dice che stiamo uscendo dalla crisi, in realtà vi stiamo appena appena entrando. Quando il magistrato di turno dice ai giornalisti che è convinto che la piccola Yara Gambirasio sia viva, significa che è già morta. Quando tutti i giornalisti e i loro inviati ripetono reiteratamente che si tratta dell’opera di un pazzo, significa che in realtà si tratta di un manovale della ‘Ndrangheta che sta solo eseguendo gli ordini dello Stato/Mafia.
Lo Stato mafioso, conosciuto anche come Mafia statale, ha bisogno di martiri per consolidare il proprio potere, ma anche per fare sacrifici cruenti nei momenti topici del passaggio dal vecchio al nuovo, sacrifici propiziatori per benedire con il sangue la nascita del nuovo governo. E quale migliore “agnello sacrificale” se non due membri del corpo in fase di smembramento come i carabinieri? Stanno per confluire nell’Eurogendfor, supercorpo di polizia dai poter illimitati, germe del NWO.
Se i due carabinieri fossero morti sarebbe stato un bel rito, pienamente riuscito, ma il picciotto non ha fatto le cose per bene. Avrebbero dovuto sceglierne uno con una mira migliore.
La parte più ottusa della popolazione, dopo questo episodio, vedrà di cattivo occhio i ragazzi del movimento di Grillo, nonostante le rassicuranti parole di Crimi e della Lombardo. Ad essere poco credibili saranno proprio loro, mentre i mafiosi Alemanno, La Russa e Gasparri, insieme a Grasso, alla Boldrini e a tutti gli altri compagni di merende, risulteranno credibili e rispettabili. Loro sono le istituzioni, immacolate e oneste (si fa per dire), solo un poco al di sotto delle affermazioni del Papa.
Dei deputati 5 Stelle ce n’era uno che voleva entrare in parlamento addirittura senza giacca e cravatta! Figuriamoci che serietà può avere un partito simile!
I massoni restano nell’ombra. Fanno parlare le vecchie volpi della politica, che dopo questo “vile” attentato vedono allontanarsi il momento in cui i loro corpi profumati e vestiti elegantemente penzoleranno dai lampioni delle città.
Per ora se la sono cavata. La presa della Bastiglia è rimandata sine die. Dichiarare guerra ai pazzi non si può perché sono già tutti in manicomio. O quasi.
Le folle sono per l’ennesima volta distratte dai suicidi di persone che non ce la fanno, dalle aziende che falliscono e dai pensionati costretti a rubare nei supermercati o a cercare cibo nei cassonetti.
La profezia di Grillo sull’Italia in bancarotta in autunno può essere messa da parte. Abbiamo cose più importanti a cui badare: gli squilibrati armati di pistole calibro 22.

LE MINISTRE CON I PANTALONI

Le ministre con i pantaloni 

 Donne con le gonne… Non è così nel governo Letta. Le sue ministre per il giorno del giuramento hanno preferito non distinguersi per la femminilità.  Hanno scelto  di avvicinarsi il più possibile al mondo maschile, almeno nel look. Niente mise civettuole. Pantaloni, la parola d’ordine. Due le  eccezioni: Nunzia De Girolamo (Politiche Agricole) ha scelto un tubino blu al ginocchio con sopra uno spolverino in tinta e filo di perle, mentre Maria Chiara Carrozza (Istruzione) il tailleur con gonna scura che le copriva il ginocchio e giacca grigia modello Chanel.
 Nel  governo Letta si registra il 32 per cento di presenza femminile, una ministra su tre; Monti ne aveva volute soltanto tre in tutto. Una svolta. Eppure queste donne non hanno voluto accentuare l’aspetto rosa. Hanno preferito confondersi con gli onorevoli uomini, vestiti in abito scuro. Così ha fatto  Anna Maria Cancellieri (Giustizia) presentandosi in nero, pantaloni e giacca lunga, persino la collana girocollo è di perle scure.  Beatrice Lorenzin (Salute) sembrava pronta per un colloquio di lavoro: tailleur pantalone grigio con camicia di seta  color avorio. Anche Josefa Idem (Pari opp-Sport) ha indossato pantaloni grigi e giacca scura  lunga fino al ginocchio.
   Fuori dal coro, il coraggioso azzurro acceso  (bluette) del completo pantalone,in shantung di seta, di Cecile Kyenge (Integrazione), prima ministra di colore nella storia del governo italiano. E la giacca rossa con collo alla coreana sfoggiata con naturalezza da Emma Bonino (Esteri): grande personalità, non solo nella scelta del look.E grande simpatia.La titolare della Farnesina, fuori da Palazzo Chigi, presa d'assalto dai giornalisti, si gira verso il suo accompagnatore: «Dove sei finito? Per una volta che ho un cavaliere..

Se Letta fallisce ci aspettiamo i manganelli dell’Eurogendfor

Se Letta fallisce ci aspettiamo i manganelli dell’Eurogendfor 


Rieleggere Napolitano al Colle e puntare decisi a legittimare con una riforma costituzionale il presidenzialismo di fatto, svuotando di poteri e dignità il Parlamento in favore della Commissione Europea, della Bce e del Quirinale, serve a inasprire la crisi. Confermata la linea pseudo-neoliberista e fiscalista, gli uomini del Bilderberg, del Fmi e dell’Unione Europea sono i primi a congratularsi, annota Marco Della Luna. E Napolitano, col plauso di quasi tutti (inclusoBerlusconi) incarica di formare il governissimo “senza alternative” nientemeno che Enrico Letta, che «come economista e come politico è assolutamente improponibile per il ruolo di premier, dato ciò che ha fatto, ciò che è stato e ciò che è tuttora». Anche se, forse, «si capisce perché è stato scelto», e per fare cosa: completare l’economicidio italiano. Impossibile sperare in un miracolo. Più probabile che, invece, la protesta per il disastro economico venga sigillata da una inaudita repressione, affidata alla nuova super-polizia europea.
Cresciuto alla scuola economica di Andreatta, primo grande privatizzatore del patrimonio pubblico italiano e «autore di quella riforma monetaria che gettò il nostro debito pubblico nelle grinfie della vorace speculazione internazionale, facendolo raddoppiare in rapporto al Pil nel giro di pochi anni», Enrico Letta è stato “allevato” anche da Romano Prodi, «autore con Draghi della deregulation bancaria del 1999, che ha consentito alle banche di giocare nella bisca dei mercati speculativi coi soldi dei risparmiatori». Di Prodi, il giovane Letta fu anche sottosegretario alla presidenza del Consiglio, e attualmente è membro di organismi di area Rockefeller come l’Aspen Institute e la Trilateral Commission, nonché frequentatore del Bilderberg, «ossia dei fari illuminanti della finanziarizzazione e della globalizzazione dell’economia e del mondo intero», spacciata per “liberalizzazione”, quando invece non è altro che «la fiscalizzazione dei danni da frode».
Già membro della commissione per l’introduzione dell’euro varata nel ’94, «coerentemente con questa linea di ingegneria finanziaria e sociale», nel ‘97 Enrico Letta ha persino scritto un libro intitolato “Euro sì. Morire per Maastricht”, edito da Laterza, in cui afferma che “vale la pena di morire” per l’euro e per Maastricht, e che non c’è paese che, come l’Italia, abbia tanto da guadagnare dall’adesione alla moneta unica, vero paradiso in terra per gli imprenditori nostrani. «Quindi Letta, come economista e come partecipe delle istituzioni di ambito monetario, o non capiva dove si stava andando – e allora è un pessimo economista – oppure voleva che le cose andassero così – e allora era ed è in palese conflitto di interessi con l’intera nazione», protesta Della Luna. In realtà, «non solo non aveva avvertito verso che cosa si andava con Maastricht, col blocco dei cambi, coi vincoli di bilancio e con la deregulation bancaria» ma, lungi dal lanciare l’allarme, «ha sempre spinto in quella direzione e ha professato un’obbedienza rigida, fino alla morte, verso quelle illuminate riforme», che pare abbia addirittura contribuito a pianificare.
Siamo seri, aggiunge Della Luna: come si fa a non sapere che, se si blocca l’aggiustamento dei cambi tra alcuni paesi imponendo una moneta unica e li si priva degli strumenti monetari macroeconomici (regolazione del money supply, fissazione dei tassi), inevitabilmente si generano squilibri della bilancia dei pagamenti che crescono fino a determinare lo svuotamento di capitali, industrie e lavoratori qualificati a danno dei paesi meno competitivi? Così si avvantaggiano solo i più forti, e si aumenta irreversibilmente – anziché annullarlo – il divario tra gli uni e gli altri. «A meno che non si costituisca e si faccia funzionare un governo federale, con un bilancio federale che provveda alla redistribuzione dei surplus». E come fa, Letta, a “non sapere” che non può funzionare un sistema basato sulla Bce, che non può finanziare direttamente gli Stati ma solo proteggere il potere d’acquisto della sua moneta? «Non è credibile che l’enfant prodige Enrico non sapesse queste cose e neppure leggesse quegli economisti normalmente dotati e normalmente liberi che lo preannunciavano: perciò, quando scriveva “Morire per Maastricht”, non poteva non avere in mente questo esito infausto particolarmente per l’Italia».
Quindi diffidenza radicale verso il premier incaricato: da “bocciare” «non solo come economista, ma anche come statista, come cristiano, come uomo di sinistra. Come uomo tout court». Ultimo frutto avvelenato del Parlamento dei “nominati”: «La partitocrazia poteva salvarsi solo garantendo gli interessi dei poteri forti internazionali sull’Italia», sostiene Della Luna: già nel 2006, Napolitano aveva apposto la sua firma accanto a quella del premier Prodi, sulla riforma dello Statuto della Banca d’Italia, «riforma reclamata da Draghi per legittimare la piena proprietà privata della stessa Banca d’Italia», che poi infatti «si è mossa o non mossa come abbiamo visto nel caso Mps». Siamo di fronte alla «avanzata privatizzazione di un potere pubblico sovrano, quello monetario». E arriviamo al fatidico novembre 2011. Sempre Napolitano, «su richiesta della Merkel e di altri», ha sostituito Berlusconi con Monti, sostenendo poi in modo vigoroso tutta la micidiale politica finanziaria ed economica dell’uomo della Goldman Sachs, «pur vedendo i disastri» inferti al paese dalla  stretta “obbedienza” ai diktat della Germania.
Poco dopo aver concesso la grazie all’agente Cia Joseph Romano, già condannato per il rapimento illegale sul suolo italiano del mullah Abu Omar, ferocemente torturato in Egitto nonostante fosse estraneo al terrorismo islamico, Napolitano proietta ora verso Palazzo Chigi un uomo come Letta, “allievo” di eurocrati protagonisti delle riforme più perniciose per il paese. Padrini occulti di Letta, i potentati supremi dell’élite mondiale: «Tutti organismi di segno neoliberista, legati alla grande finanza apolide e propugnatori dei progetti “illuminati” della migliore cultura massonica». Molti, aggiunge Della Luna, sentivano il bisogno di un presidente della Repubblica che facesse gli interessi del popolo rispetto a quelli del capitalismo privato, e dell’Italia rispetto a quella degli stranieri, ma «sono stati frustrati». E ora a Napolitano si chiede di farsi garante dei rottami della partitocrazia e, al tempo stesso, di assicurare «l’obbedienza dell’Italia alle potenze dominanti e a una politica economico-finanziaria suicida, che avvantaggia il capitalismo bancario straniero a danno degli italiani».
E’ proprio a questa richiesta, sostiene Della Luna, che si deve il suo successo e la sua rielezione. La cattiva notizia è che tutto questo – al di là della volontà dello stesso Napolitano – deriva ineluttabilmente «dai vincoli gravanti sull’Italia nel contesto e nella gerarchia internazionale». Non è improbabile, aggiunge l’analista, che «Napolitano per primo deplori ciò che è costretto a fare», e che al tempo stesso «stia cercando di limitare le sofferenze degli italiani, nel corso di un processo che non ha avviato e che non può arrestare». La situazione intanto volge al peggio, l’economia italiana sta crollando e la nomenklatura mummificata dei partiti ha tempo «un anno e mezzo al massimo» per tentare di rilegittimarsi attraverso un rilancio dell’economia e dell’efficienza del sistema paese. Viceversa, potrebbe «allestire un apparato autocratico di repressione e di intimidazione poliziesche con cui domare l’inevitabile rabbia di popolo, chepotrebbe sfociare nella prima rivoluzione italiana», ovvero «la prima azione collettiva unificante e fondatrice di una unità nazionale italiana» vera e propria.
Qualcuno pensa davvero che, fra altri sei mesi di peggioramento economico, si potrà governare gli italiani con le buone? «In Italia – ricorda Della Luna – la ragion di Stato è ricorsa alle stragi terroristiche per delegittimare il dissenso radicale su temi socio-economici in altri periodi critici». Premessa: «Vorrei poter pensare che un governissimo di scopo, o un governo di unità e salvezza nazionali, possa rilanciare l’Italia, forte della straordinaria ampiezza della sua maggioranza; e non posso escludere, onestamente, che sia questo il disegno anche di Napolitano, oltre che dei capi di Pd, Pdl e “Scelta Civica”». Ma si tratta, purtroppo, di una pia illusione, perché «la continuazione sulla linea del rigore suicida è stata confermata, il programma dei partiti in campo e quello dei “dieci saggi” è risibile in rapporto ai problemi economici, e del resto gli strumenti per una diversa politica finanziaria  mancano, essendo stata ceduta la sovranità non solo monetaria, ma anche fiscale e finanziaria, ed essendo stato eretto a norma costituzionale il dogma monetarista».
A questi partiti manca la necessaria competenza tecnico-economica: i loro uomini non provengono certo da una scuola virtuosa. Piuttosto, sono ferratissimi in materie come la spartizione delle poltrone, di cui un governissimo è l’habitat ideale. Abbondano, invece, gli strumenti operativi per il Piano-B, quello della repressione: messi a disposizione dal Mes, il Fondo salva-Stati, nonché dal Trattato di Lisbona. Si profila un ruolo inedito per l’Eurogendfor, il corpo di polizia militare polivalente. E’ una milizia europea anti-rivolte, approvata da tutto il Parlamento italiano il 9 marzo 2010 nel silenzio totale dei media. Di stanza in Italia, Eurogendfor è composta esclusivamente di corpi militari e non civili, è sottratta alla normale responsabilità e giurisdizione, e per ora può agire senza limitazioni, utilizzando anche armamenti sub-letali come i gas tossici e le armi elettromagnetiche e acustiche. «E’ sostanzialmente un corpo di polizia quasi-militare straniero che il Cimin, comitato dei ministri degli interni europei, farà invitare dai governi sul cui territorio vi siano tensioni sociali, specialmente dovute a proteste popolari contro le misure economiche e fiscali imposte a tutela della grande finanza, come già avvenuto in Grecia». Non è un esercito comune e paritario dei popoli europei, creato per difendersi da possibili attacchi esterni: «E’ l’esercito dei banchieri e dei paesi creditori, creato per tener sottomessi i popoli debitori, farli pagare e prendergli i risparmi e i redditi», dice Della Luna.
«Immaginatevi reparti di polizia militarizzata formati di tedeschi mandati contro una sommossa popolare di italiani disperati e rovinati dalle politiche finanziarie fatte in obbedienza a Berlino e nel suo interesse». Militari tedeschi, che già «vedono gli italiani come gente con poca voglia di lavorare», gente che «minaccia il loro benessere e la loro egemonia». Soldati tedeschi che sanno benissimo che, «per ciò che faranno, non saranno soggetti a giudici italiani», consapevoli che il governo italiano dipende da quello di Berlino per poter continuare a sostenere il suo debito pubblico. «Quanti scrupoli avranno, a tirare il grilletto?». Quelli che hanno firmato l’adesione-sottomissione dell’Italia all’Eurogendfor, continua Della Luna, sono gli stessi che poi vanno solennemente a commemorare le vittime di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema e delle Fosse Ardeatine. Da “Morire per Maastricht” a “Uccidere per Maastricht”? «L’Italia neorepubblichina fa leggi per legittimare chi la dovrà occupare». Conclude amaramente Della Luna: «I miei lettori sanno che io raccomando l’emigrazione e sono convinto che gli italiani siano incapaci di una ribellione politica – e proprio per questo i politici italiani possono permettersi di fare ciò che fanno. Con i francesi, gli inglesi o gli americani, non si azzarderebbero».
Fonte: libreidee.org

GRILLO ALL'ANGOLO E' RESCUSCITATO BARABBA

Grillo all'angolo: "Resuscitato Barabba"

Il leader a 5 Stelle deride Letta e polemizza col Colle sull'attacco hacker

Roma - Ha scelto la lotta, ma l'opposizione gli sta stretta. Dire sempre «no» vuol dire perdere i treni, ma Beppe Grillo si ribella e deride: «Con il governo Letta al terzo giorno è resuscitato Barabba».  Un tweet rabbioso, affidato alla rete subito dopo l'annuncio della lista dei ministri dal Quirinale.
I grillini stanno a guardare. E il capo soffre e scalpita: «Più di otto milioni di italiani che hanno dato il loro voto al MoVimento 5 Stelle sono considerati intrusi, cani in chiesa - si sfoga - terzi incomodi, disprezzati come dei poveri coglioni di pass1aggio».
Il motivo della nuova ira grillina: la voce che probabilmente ai Cinque stelle non andrà la presidenza né del Copasir (il comitato di controllo dei servizi segreti) né della Vigilanza Rai, entrambe di diritto all'opposizione. Ma l'opposizione «farlocca», la chiama il furioso leader Cinque Stelle, che verrà scelta per queste poltrone, sarà quella di Sel e della Lega, «alleati elettorali di Pdl e Pdmenoelle. Un quarto degli elettori è di fatto una forza extra parlamentare».
Formato il governo, Grillo soffre della sindrome dell'impresentabile, ora che gli ex «impresentabili» del Pdl, come li aveva definiti Lucia Annunziata, sono nell'esecutivo. Tutti sono contro il Movimento, si lamenta il comico. Una demonizzazione. Come se non bastasse, l'universo grillino ora è associato anche a contenuti erotici di email private, a causa di una gravissima violazione della privacy messa in atto dal fantomatico gruppo di pirati Anonymous-Pd. Le email, da cui risultano anche conversazioni tra alcuni deputati grillini e Marco Travaglio, sono ancora visibili su un sito internet, non oscurato. La procura di Roma e la polizia postale hanno aperto un'inchiesta dopo che la vicenda è stata pubblicata dal settimanale L'Espresso. Ma la corrispondenza ora è lì, sotto gli occhi di tutti, riversata dagli hacker in quella stessa rete da cui i cinque stelle prendono linfa. Le difficoltà e le discussioni nel Movimento, le incitazioni a «stare uniti», le dinamiche di un gruppo dove parlare all'esterno, con la stampa, si può fare solo dietro autorizzazione degli altri, pena i rimproveri di Gianroberto Casaleggio.
Grillo nel blog a questo proposito accusa anche Napolitano di negligenza, attaccando « il silenzio del presidente della Repubblica, del quale sono stati distrutti nei giorni scorsi i nastri delle conversazioni con Mancino». E questa frase ha obbligato il Colle alla reazione, con una garanzia e una bacchettata: «Ci sono regole e norme che tutti devono rispettare». Il presidente «invita le autorità competenti ad agire energicamente» ma chiede anche che questo richiamo valga «a sostegno del ruolo della stampa, che non può essere bersaglio di polemiche indiscriminate». Il capo a Cinque stelle si sente nel ghetto, dove la politica «ha rinchiuso la volontà popolare». E torna a invocare la folla che sabato scorso «ruggiva, aveva circondato il Parlamento sui quattro lati, stava per sfondare».
Ora inizia la fase difficile dell'opposizione contro un governo di donne, giovani, e rinnovamento. Il blog si anima di suggerimenti anche molto critici: «Beppe - consiglia Erardo - devi dare una maggiore trasparenza al progetto, nel segno di una maggiore democrazia interna. Basta con questi atteggiamenti da setta tipo Scientology, con gruppi ristretti di adepti, privi di un loro pensiero».

GOVERNO :MARONI NON AVRA' VITA LUNGA

Governo: Maroni, Non avra' vita lunga

Cosi' il segretario al termine della segreteria politica leghista. 'Fatti passi indietro' 

"Secondo me non avrà vita lunga": lo ha detto Roberto Maroni parlando con i giornalisti del nuovo governo Letta. Al termine della segreteria politica leghista, durata circa mezz'ora, rispetto agli scorsi giorni "sono stati fatti passi indietro - ha detto - nonostante l'apertura di credito della Lega a Letta".
GOVERNO: MARONI, POSIZIONI FINORA MOLTO NEGATIVE - Quello di Enrico Letta "é un governo che non rappresenta il nord e ha già espresso posizioni e proposte che mi paiono molto negative soprattutto sull' immigrazione". Lo ha detto il segretario della Lega Roberto Maroni, parlando con i giornalisti in via Bellerio e confermando la decisione della Segreteria Politica in vista del dibattito parlamentare: "Se lunedì non avremo risposte concrete sui nostri punti, fatalmente la Lega sarà all'opposizione di questo governo".
In generale, la valutazione della segretaria politica leghista, è che ci siano troppi pochi ministri del nord Italia. "Un governo in cui il nord non c'é, ma che, come ha detto Patroni Griffi, guarda al sud", ha osservato Maroni dopo avere spiegato di non apprezzare alcune idee sull'immigrazione. Ci sono però tre eccezioni: "Alfano - ha detto il leader del Carroccio - è una nota positiva, a garanzia della continuità nella lotta alla mafia. Nota positiva insieme a quelle di Lupi e Delrio". Maroni ha spiegato ai giornalisti che avrebbe preferito che quest'ultimo fosse nominato ministro dell'Economia. Detto questo, come ministro per gli Affari Regionali e delle autonomie, "mi auguro - ha aggiunto - che dia corso subito al suo impegno come presidente dell'Anci alla cancellazione del patto di stabilità per i Comuni". Al netto di queste tre eccezioni, ha dunque concluso, "il resto mi pare piuttosto deludente", compresa la nomina di Flavio Zanonato allo Sviluppo Economico: "Letta ci aveva garantito che in quel posto avrebbe nominato un ministro 'chiavi in mano', l'impressione invece è che questo ministro dovrà prima imparare e capire. Con questa crisi mi pare non sia stata l'idea migliore".

IL CLUB DEI MOSTRI E' UFFICIALE

Il club dei mostri 

E' ufficiale. Un banchiere all'Economia, Saccomanni, per salvare le banche. Un manichino parlante, Alfano, con incarico doppio, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e Interni. Enrico Letta, capitan findus, lo stoccafisso scongelato, Il nipote di suo zio, il più amato dalla Goldman Sachs, come presidente. Lupi, la nipote di Fantozzi, ai Trasporti e alle infrastrutture, là dove volano gli appalti e la TAV in Val di Susa. Mauro, un filosofo ciellino alla Difesa degli F35. Una signora che ha frequentato il liceo classico, la Lorenzin, alla Sanità, leggerà Leopardi ("sempre caro mi fu quest'ermo colle") e Carducci in corsia. Franceschini a parlare con il Parlamento. De Girolamo, la moglie pdl del Boccia pdmenoelle, alle Politiche Agricole, l'inciucio nell'inciucio. Quagliarello alle Riforme Istituzionali, quello di "Eluana non è morta, è stata ammazzata" e ho detto tutto. La Bonino agli Esteri, la radicale più vicina allo psiconano, liberale, liberista e libertaria, mondialista e frequentatrice del Bildeberg. L'uddicino Giampiero D'Alia alla Pubblica Amministrazione, autore di un emendamento per obbligare i provider a oscurare siti, blog e social media su richiesta del ministero degli Interni, persino la Idem, una canoista tedesca (a quando un rugbista neozelandese?), e Zanonato, "l'uomo del muro di sinistra" allo sviluppo economico.
Questo governo ricorda un animale fantastico, mitologico, con molte teste ma un solo cervello con due emisferi separati: quello destro è Berlusconi che sarà prescritto, quello sinistro la finanza internazionale che spolperà l'Italia. Un club dei mostri, una famiglia Addams che ubbidisce allo schioccar di dita della BCE e delle agenzie di rating.

IL GOVERNO LETTA 21 MINISTRI 7 DONNE

E' nato il governo Letta: 21 ministri, 7 donne

Età media scesa a 53 anni, una tedesca e una congolese, molti tecnici, riconfermata la Cancellieri 

Enrico Letta ha presentato la lista dei suoi ministri: in tutto 21 di cui 7 donne, con un'età media scesa a 53 anni rispetto ai 64 dell'esecutivo Monti. Nella compagine del premier non ancora 50enne, figurano una tedesca e una congolese - l'olimpionica Josefa Idem e l'oculista Cecile Kyenge. Torna la Cancellieri. New entry della Bonino agli Esteri. Molti i tecnici, vicepremier e ministro degli Interni, Alfano. Domani alle 11.30 il giuramento.
Un esecutivo dove sono molte le presenze dei tecnici (Carlo Trigilia, Fabrizio Saccomanni, Enrico Giovannini, Massimo Bray) o di personalità non inquadrabili strettamente nella casella di un partito come Anna Maria Cancellieri, una civil servant di lungo corso chiamata al Viminale da Monti e candidata da Scelta Civica al Quirinale, o Patroni Griffi anche lui ministro con Monti e ora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.Emma Bonino, ex commissario Europeo e più volte candidata al Quirinale, approda alla Farnesina forte di una lunghissima militanza radicale e di una grande caratura e notorietà personale.
Per il resto, Letta ha scelto sette ministri del suo partito, e cinque del Pdl. Con un record: ministero su tre è rosa e una presenza femminile, compresi i sottosegretari, del 32%. Quanto alla nuova generazione di ministri, la giovane dell'esecutivo Letta ha 37 anni: è Nunzia De Girolamo del Pdl (classe 1975) titolare delle Politiche Agricole, mentre il componente più maturo è il ministro all'Economia e Finanze Saccomanni, il "supertecnico" di Bankitalia (1942). Il ministro che viene da più lontano è la Kyenge, del Pd - dicastero per l' Integrazione - nata il 28 agosto 1964 a Kambove, nel Congo. Ora cittadina italiana. In Germania, invece, è nata la ministro Idem per le Pari opportunità, Sport e giovani, anche lei classe 1964. Un anno più giovane è il ministro per l'Istruzione, Università e Ricerca, Maria Chiara Carrozza, classe 1965. Giovanissima e somigliante a Meg Ryan la ministra per la Salute, Beatrice Lorenzin, del Pdl, nata nel 1971.
Napolitano: "Unico governo possibile" - Dopo la comunicazione della squadra di governo, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ringraziato il premier Enrico Letta, augurandosi che "questo governo lavori insieme senza pregiudiziali e con il massimo impegno a rispondere al Paese, in spirito di assoluta coesione". Il Capo dello Stato ha poi detto che questo era "l'unico governo possibile per il Paese", precisando che si tratta di un "governo politico in una cornice istituzionale".

LEGA CONTRO LA KYENGE OPPOZIZIONE TOTALE

La Lega contro la Kyenge: "Opposizione totale"
Ma Balotelli plaude: "Grande passo in avanti"

Il ministro per l'Integrazione, prima donna di colore in un governo italiano, manda Salvini su tutte le furie: "Simbolo di una sinistra buonista e ipocrita" 

Nera, ministro e determinata a battersi per lo ius soli: in pratica una tragedia per la Lega. Nella compagine governativa voluta da Enrico Letta spicca Cécile Kyenge, l'oculista 49enne nata in Congo, eletta con il Pd alla Camera nelle elezioni di febbraio e ora prima donna di colore in un governo italiano. Sarà lei a occuparsi di integrazione, e per questo il Carroccio insorge: "Siamo pronti a fare opposizione totale", così promette il segretario Matteo Salvini.
Per l'esponente leghista la Kyenge, "è simbolo di una sinistra buonista e ipocrita, che vorrebbe cancellare il reato di clandestinità e per gli immigrati pensa solo ai diritti e non ai doveri". Anche perché, insiste,la ministro "in alcune città dovrà preoccuparsi di re-integrare i cittadini italiani, ormai stranieri a casa loro causa dell'immigrazione". Ma la presa di posizione del Carroccio resta isolata. Anzi, in molti da subito hanno espresso soddisfazione per un'investitura di rottura.
Tra questi anche Mario Balotelli: "La nomina di Cecile Kyenge a ministro per l’Integrazione - ha subito commentato l'attaccante del Milan - rappresenta un ulteriore, grande passo in avanti verso una società italiana più civile, più responsabile e più consapevole della necessità di una migliore e definitiva integrazione".
E intanto, lei, Cecile, già annuncia la sua battaglia per lo ius soli (per i paesi che lo applicano è cittadino originario chi nasce sul territorio dello Stato, indipendentemente dalla cittadinanza posseduta dai genitori, ndr): "Sono contenta - ha dichiarato a caldo - andrò avanti per la mia strada anche se probabilmente incontrerò resistenze in Parlamento".

sabato 27 aprile 2013

OFFSHORE LEAKS EVASIONE FISCALE


OFFSHORE LEAKS, EVASIONE FISCALE / I supericchi organizzati in cartello: scandalo evasione nei paradisi fiscali 




"Offshore leaks", i paradisi fiscali dei super ricchi, ultime notizie Lecce - Un  monito pesante ai paradisi fiscali che “accettano o nascondono" per i quali "Ci saranno conseguenze" arriva dal portavoce della commissione Europa, Olivier Bailly.
Nel commentare le anticipazioni di quello che sulla falsariga della più celebre Wikileaks, è stato soprannominato 'Offshoreleaks' a seguito delle rivelazioni dello Icij (Internationat Consortium of Investigative Journalism), ha ricordato come l’evasione fiscale "ogni anno nella Ue arriva a 1.000 miliardi l'anno" e ha sottolineato "una posizione molto ferma" contro le frodi fiscali e "a dicembre ha presentato ai 27 un pacchetto di trenta misure" ma "è ancora in attesa di risposta dagli stati".
Le conclusioni del rapporto Icij sui paradisi fiscali, infatti, sono inquietanti: "Funzionari governativi e loro familiari e associati in Azerbaijan, Russia, Canada, Pakistan, Filippine, Thailandia, Canada, Mongolia e altri Paesi si sono uniti per l'uso di compagnie private e account bancari"."I super-ricchi hanno usato strutture offshore per possedere ville, yacht, capolavori artistici e altri beni guadagnando vantaggi fiscali nell'anonimato non disponibile per la gente comune".
Da evidenziare che il "Guardian", è il giornale che assieme ad altri 36 in tutto nel mondo, ha pubblicato in data odierna i nomi di personalità di varie nazionalità che hanno operato con strutture offshore per mettere le proprie ricchezze al riparo dal fisco dei rispettivi paesi. Il quotidiano britannico ha tuttavia precisato nel citare i nomi che "non si suggerisce automaticamente che abbiano infranto la legge".
L’indagine in questione è stata redatta a seguito d’informazioni riservate ottenute dall'Icij (Internationat Consortium of Investigative Journalism), ed emergono nomi, a volte illustri, legati ai paesi più disparati, le cui società sono state create in uno dei paradisi fiscali più  noti ed utilizzati: le Isole Vergini britanniche.
Tra i nomi indicati vi sono Jean-Jaques Auger, co-tesoriere per la campagna elettorale del presidente francese Francois Hollande; l'ex ministro della Finanza mongolo, Bayartsogt Sangajav, il presidente dell'Azerbaijan e la sua famiglia; la moglie dell'ex primo ministro russo, Olga Shuvalova; il marito di una senatrice canadese; il governatore provinciale filippino e figlia dell'ex presidente Ferdinand Marcos, Maria Imelda Marcos Manotoc; la baronessa spagnola Carmen Thyssen-Bornemisza, nota collezionista d'arte e la statunitense Denise Rich, ex moglie di una già controversa figura, il trader del petrolio Marc Rich.
È evidente che se vi sono tanti nomi illustri che costituiscono la punta di un iceberg cui solo ora l’Ue ha deciso di porre i ripari, è giunta l’ora anche per l’Italia di fare altrettanto anziché tartassare i cittadini che sono i soliti noti sotto la continua scure del fisco.