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venerdì 4 gennaio 2013

EUROPA ANCORA IN DIFFICOLTA' E PEGGIO PER




Outlook 2013, Europa ancora in difficoltà e peggio ancora per l’Italia  


Provare a tracciare delle linee guida per il 2013 non è certo facile. l’Anno che verrà, o meglio, che già è venuto, nasconderà tante insidie, ma non escludiamo anche la possibilità di ritorvarci con delle sorprese. Con questi mercati così condizionati dall’operato delle banche centrali e dagli eventi geopolitici e non solo, tutto può succedere.
Vi riporto oggi un parere interessante. Un Guest post tratto da un articolo scritto dal professore universitario Luigi Zingalez che spesso abbiamo citato in questo blog. Docente alla Chicago School of Business, si è dimostrato un personaggio interessante in quanto liberale e liberista vero. Quindi in linea con il pensiero politico del sottoscritto che, ahimè, si sente da tempo perso all’interno del minestrone politico italiano.
Vi riporto questo interessante articolo apparsqualche giorno fa

“Passeggere . Credete che sarà felice quest’anno nuovo? Venditore . Oh illustrissimo sì, certo. Passeggere . Come quest’anno passato? Venditore . Più più assai. Passeggere . Come quello di là? Venditore . Più più, illustrissimo. Passeggere . Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi? Venditore . Signor no, non mi piacerebbe.”
Non occorre condividere il pessimismo leopardiano (nel Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere) per predire che l’anno che sta arrivando non sarà facile, almeno per quanto riguarda l’Italia. C’e’ un grande desiderio di vedere la luce alla fine del lungo tunnel della recessione. Non voglio fare l’uccello del malaugurio, ma mi tocca dire che il 2013 non sarà l’anno della ripresa. Nel migliore dei casi sarà l’anno meno uno. Meno uno come il tasso di crescita previsto per il Prodotto Interno Lordo italiano. E meno uno come l’anno prima dell’anno zero del nuovo ciclo. La ripresa arriverà, ma solo nel 2014.
Il motivo per cui questa crisi, cominciata in America nell’ormai lontano 2007, non accenna a finire è perché non è una crisi semplice, ma l’intersezione di tre crisi diverse: la crisi dei mutui subprime in America, la crisi dell’euro, e la crisi del modello di welfare occidentale. Paradossalmente la prima crisi, quella che ha innescato il cataclisma, si sta risolvendo. Le altre, invece, sono ancora agli inizi.
La storia è piena di sbornie di euforia, seguite da pesanti crisi finanziarie. La bolla immobiliare americana finanziata dai mutui subprime altro non è che uno di questi episodi. Quando i prezzi delle case in America (ma anche in Spagna) crescevano a due cifre anno dopo anno, era difficile resistere alla tentazione di comprare. Chi è saltato sul treno all’inizio della bolla, indebitandosi fino al collo per comprare una casa più grande o una seconda o terza casa, si è arricchito a dismisura. Gli altri, che hanno cercato di imitare questi fortunati, si sono trovati con il cerino in mano quando i prezzi delle case hanno prima smesso di crescere e poi sono crollati (in media del 30 per cento).
Il risveglio dopo un periodo di euforia finanziaria è simile a quello dopo una sbornia: cerchio alla testa e depressione. I consumatori, aggravati dal debito contratto durante il boom, sono timorosi. Le banche, piene di crediti inesigibili, non concedono prestiti. E le imprese, senza consumatori e senza credito, faticano ad espandersi. Non a caso, la storia economica ci insegna che dopo ogni crisi finanziaria la ripresa è molto lenta. La crisi attuale non fa eccezione. Invece di recuperare velocemente, gli Stati Uniti ci hanno messo quattro anni per raggiungere il livello di Pil pre crisi. La buona novella è che questo livello è stato raggiunto e sorpassato e gli Stati Uniti stanno consolidando la loro ripresa che sarebbe più robusta se non ci fossero le altre due crisi a complicare la vita. Purtroppo l’Italia, che non è stata investita direttamente dalla crisi del subprime, stenta più degli Stati Uniti. Il Pil è ancora più basso del livello prima della crisi (di ben sette punti percentuali) e il gap non sembra destinato a colmarsi il prossimo anno. Di questo dobbiamo ringraziare le altre due crisi.
La più acuta delle due è quella dell’euro, che fa tremare non solo gli europei, ma anche gli americani. Se il caso subprime va addebitato al mercato, la crisi dell’euro è interamente colpa dei politici. Non solo non sono riusciti ad evitarla, ma l’hanno espressamente voluta. Quando la moneta comune fu introdotta c’era piena consapevolezza tra i suoi creatori che in questi termini non sarebbe stata sostenibile. La speranza dei padri fondatori era che l’inevitabile crisi avrebbe generato una pressione politica verso una maggiore integrazione europea. Il cuore è stato gettato oltre l’ostacolo nella convinzione che al momento giusto il resto del corpo avrebbe seguito. Purtroppo l’ostacolo sembra più alto del previsto.
Perché una moneta comune funzioni, i paesi che l’adottano devono avere una forte mobilità del lavoro, meccanismi di trasferimento fiscale ed essere soggetti a shock simili. Nessuna di queste tre condizioni vale per l’Europa. Non è così semplice per i tedeschi spostarsi a lavorare in Spagna o per gli spagnoli in Germania. Ai problemi di lingua si sommano forti differenze culturali. Questa scarsa mobilità rende difficile assorbire gli shock locali. Lo scoppio della bolla Internet ha colpito la Germania molto più della Spagna, mentre l’espansione della Cina ha beneficiato l’export tedesco molto più di quello spagnolo. Difficile dunque disegnare una politica monetaria che funzioni per entrambi i paesi. La politica monetaria all’inizio del millennio andava bene per la Germania, ma era troppo inflazionistica per la Spagna. Oggi, viceversa, va bene per la Germania, ma è troppo restrittiva per la Spagna.
Queste crisi locali sono peggiorate dalla mancanza di trasferimenti anticiclici tra stati europei. Quando il Texas ha difficoltà mentre la California va bene, le entrate fiscali dei residenti californiani aiutano a pagare i sussidi di disoccupazione dei texani. In Europa no.
Non potendo svalutare il cambio e non ricevendo un sostegno dal resto dell’Unione un paese europeo colpito da uno shock (come l’esplosione della bolla immobiliare in Spagna) può aggiustarsi solo con due meccanismi: l’emigrazione di manodopera e la riduzione dei salari reali sotto la pressione della disoccupazione. Entrambi questi meccanismi alla lunga funzionano, ma sono estremamente lenti ed estremamente penosi. Anche perché la terza crisi, ovvero quella fiscale, rende difficile usare le politiche di welfare usate finora.
Negli ultimi cinquant’anni il consenso sociale nelle democrazie occidentali è stato raggiunto facilmente con il sistema dello “spendi subito e paghi dopo.” In un periodo di forte crescita economica e demografica, questo sistema ha funzionato a meraviglia. Il peso del debito scaricato sulle generazioni future si è rivelato minimo perché queste generazioni erano più ricche e numerose. Purtroppo questo trucco non funziona più: la riduzione dei tassi medi di crescita e il crollo demografico non solo rendono impossibile scaricare il conto sulle generazioni future (meno numerose e non necessariamente più ricche), ma forzano quelle attuali a cominciare a pagare il debito contratto da quelle passate. Questo rende difficile per i governi occidentali compensare gli effetti di uno shock negativo con politiche fiscali espansive.
Gli Stati Uniti e l’Inghilterra, che partivano da una situazione debitoria migliore, hanno potuto farlo, ma ora anche loro devono cambiare rotta, come dimostrano i severi tagli di bilancio imposti dal premier inglese David Cameron e il braccio di ferro sul bilancio tra Congresso e Presidente in America.
Fin dall’inizio della crisi l’Italia, gravata dal peso del suo debito, non si è potuta permettere questa risposta. Ciò spiega la severità della nostra situazione. In particolare l’Italia ha sofferto pesantemente l’interazione tra la crisi dell’euro e quella fiscale. La difficoltà di aggiustamento all’interno di una area di cambi fissi ha ridotto il nostro tasso di crescita. Questa riduzione ha messo in dubbio la solvibilità del nostro Paese, minacciando la stessa sopravvivenza dell’euro. A sua volta, i dubbi sulla sopravvivenza della moneta comune hanno aumentato il costo del nostro debito, riducendo la crescita ed incrementando
il rischio di insolvenza del nostro Paese.
In questo contesto lo scenario più positivo è un lento e penoso processo di recupero, dove i motori della crescita rimangono la Cina e gli Stati Uniti che sembrano aver lasciato la loro crisi alle spalle. In particolar modo negli Usa c’è molto entusiasmo per le opportunità offerte da una nuova tecnologia di estrazione del petrolio e gas in profondità (fracking), che promette all’America indipendenza energetica e gas a basso costo.
Gli scenari negativi sono molti, ma tutti passano attraverso un problema politico. L’instabilità potrebbe minacciare il processo di crescita cinese e la ripresa americana. Ma i rischi principali vengono purtroppo dall’Europa e soprattutto dall’area euro. Gli elettori tedeschi potrebbero stufarsi di pagare per gli errori altrui e lasciare le nazioni del Sud Europa al loro destino. Ma il rischio maggiore è quello di una rivolta politica dei paesi più in difficoltà. A giugno 2012 i partiti estremisti e anti austerità hanno raccolto in Grecia il 46 per cento dei voti. Con il prolungarsi della recessione, la crisi politica può contagiare altri Paesi, con conseguenze imprevedibili sulla stabilità dell’Unione.
Come uscirne? La prima soluzione passa per l’aumento dei meccanismi di solidarietà a livello europeo. Dopo l’unione bancaria, che prevede anche un sistema di salvataggio delle banche, sarebbe utile introdurre un sussidio di disoccupazione comune europeo pagato con fondi comuni. Questo aiuterebbe ad ammortizzare i costi della crisi nel Sud Europa senza creare meccanismi preversi che premiano i governi che spendono di più.
A livello italiano gli spazi di manovra sono fortemente limitati dal vincolo di bilancio. Una manovra possibile sarebbe una riduzione della spesa pubblica accompagnata da un taglio del carico fiscale sul lavoro. Questo riduzione del cuneo fiscale, ovvero della differenza tra quello che un’impresa paga e quello che un lavoratore percepisce, favorirebbe un aumento dell’occupazione e della crescita.
L’altra area di intervento è quella del credito. Oggi le banche italiane prestano poco o nulla perché non hanno i soldi per farlo. Dall’altro lato la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), controllata al 70 per cento dal ministero dell’Economia, ha soldi da buttare via in operazioni finanziarie di scarsa utilità sociale come l’acquisto del 4,5 per cento Generali da Bankitalia. Perché non usare i soldi per finanziare le imprese e i privati? La Cdp non ha la struttura per erogare credito in modo capillare, ma potrebbe farlo indirettamente, sfruttando la struttura della banche: quindi offrirsi di riscontare a tassi di favore i nuovi prestiti fatti dalle banche, lasciando in carico alle banche il primo 5 per cento di perdite. In questo modo gli istituti mantengono gli incentivi a prestare in modo oculato, ma non devono impegnare capitali che non hanno. E consumatori ed imprese riacquistano accesso al credito.
“Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?” ? domanda il passeggere del Leopardi. A noi non resta che rispondere come il venditore di almanacchi: “Speriamo.                                                                         

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