VOTA ANTONIO....... LA TRIPPA ....

martedì 19 aprile 2016

Referendum: se tredici milioni di voti vi sembrano pochi

Referendum: se tredici milioni di voti vi sembrano pochi  


I numeri

Voti per l'abrogazione delle norme sulle trivelle:      13.334.754
Voti di Renzi alle Europee del 2014:                          11.202.231 


Sarebbe servito un miracolo per raggiungere il quorum nel referendum sulle trivelle, cioè quel cinquanta per cento più uno necessario a rendere efficace sul piano legislativo la volontà espressa dai cittadini. Un miracolo pensando all'Italia della passività e dell'ignavia ma anche della disperazione e della sfiducia e tenendo conto del mancato accorpamento con le amministrative, della disinformazione profusa a piene mani dai giornalacci e dalle tv di regime a cominciare dalla Rai renziana (certe trasmissioni di Rai 3 in cui si affermava che si votava solo in nove regioni rappresentano veri e propri “casi criminali di scuola”), dal punto di partenza rappresentato dal fatto che ormai 3-4 italiani su 10 non vanno più a votare in qualsivoglia elezione  e sul quale i fautori del No hanno fondato la propria campagna per l'astensione, dalla marginalità sostanziale del tema oggetto del referendum (la proroga automatica alla scadenza delle concessioni già in essere per l'estrazione di gas e petrolio, nei tratti di mare entro le dodici miglia), dal fatto che i cittadini delle regioni che non si affacciano sul mare non si sono sentiti (egoisticamente) coinvolti nella questione. Vale la pena ricordare che per il raggiungimento del quorum (invertendo una tendenza che durava da molti anni) nei referendum del 2011 che riguardavano oltre che l'acqua pubblica anche il nucleare ebbe un impatto fondamentale la tragedia di Fukushima in Giappone verificatasi poco tempo prima. E comunque i referendum sulla questione trivelle erano stati già vinti nel momento in cui, con l'ultima legge di stabilità, il governo Renzi aveva abrogato la possibilità di nuove concessioni entro le 12 miglia proprio per non doversi confrontare con i cittadini su quella sciagurata decisione.


LE DISUGUAGLIANZE NEL MONDO SONO PEGGIORI DI QUANTO POSSIAMO IMMAGINARE

LE DISUGUAGLIANZE NEL MONDO SONO PEGGIORI DI QUANTO POSSIAMO IMMAGINARE 


Come misuriamo le disuguaglianze? Per alcuni versi il quadro sembra migliorato, ma per altri peggiora ogni giorno di più.
E’ una notizia ormai nota a tutti, i numeri di Oxfam hanno fatto il giro del mondo: oggi l’1% ricco della popolazione mondiale detiene più ricchezza di quanto possegga tutta la popolazione mondiale messa insieme. Le disuguaglianze nel mondo attuale hanno raggiunto i livelli peggiori dal 19° secolo.

Per la maggior parte della gente, è questo è il dato che indica le disuguaglianze del mondo. Ma le cifre di Oxfam sulla distribuzione della ricchezza nel mondo non dicono tutto. E le disuguaglianze di reddito allora? E – ancora più importante – le disuguaglianze tra paesi? Se allarghiamo il nostro campo di osservazione oltre gli usuali parametri, scopriremo che il mondo attuale è molto poco equo.
La prima cosa da dire sulle cifre di Oxfam è che rappresentano un quadro piuttosto conservativo. Considerando che i ricchi usano nascondere le loro ricchezze all’ombra di paradisi fiscali e di giurisdizioni di segretezza, è impossibile stabilire con certezza quanto posseggano realmente. Stime recenti indicano che quasi 32 trilioni di $ sono nascosti in paradisi fiscali – quasi un sesto della ricchezza totale del mondo. Se a questo poi aggiungiamo i dati forniti da Oxfam, realizziamo che il quadro è peggiore di quanto pensavamo.
E questo per quanto riguarda la ricchezza. Molti analisti, tuttavia, ritengono che non dovremmo guardare alle disuguaglianze di ricchezza, ma piuttosto a quelle del reddito. E’ stata questa la critica maggiore mossa ai numeri di Oxfam. E se guardiamo alle disuguaglianze di reddito, il quadro non sembra poi così drammatico. Perlomeno non secondo quello che ci raccontano. Branko Milanovic, uno dei maggiori esperti di disuguaglianze di reddito nel mondo, sostiene che mentre in alcuni paesi il fenomeno è peggiorato rispetto al passato, su scala mondiale invece appare migliorato.
Per misurare le disuguaglianze, possiamo far riferimento all’ Indice Gini, dove il punto ‘0’ rappresenta l’uguaglianza assoluta e il punto ‘1’ quella assoluta, cioè quando una persona possiede tutto e gli altri niente. Secondo Milanovic, l’indice Gini globale si è leggermente abbassato, da 0.72 nel 1988 a 0.71 nel 2008. Per cui…non dobbiamo preoccuparci poi così tanto delle disuguaglianze.
L’indice Gini è un metro piuttosto problematico però, poiché tiene conto solo di alcuni cambiamenti relativi. Se il reddito dei ricchi e dei poveri aumenta della stessa percentuale, il Gini resta invariato, anche se aumentano le disuguaglianze assolute. In altre parole, se l’individuo ‘A’ possiede 10.000 dollari e l’individuo ‘B’ 100.000 dollari ed entrambi raddoppiano il loro reddito, il Gini non cambia anche se il divario tra i due è salito da 90.000 a 180.000 dollari.
L’economista Robert Wade ritiene che questa sia una valutazione altamente fuorviante, poiché nasconde la reale entità della disuguaglianza. Secondo lui dovremmo usare l’indice Gini assoluto. E cosa accade quando lo facciamo? Ci rendiamo conto che nel corso degli ultimi decenni le disuguaglianze sono lievitate da 0,57 nel 1988 a 0,72 nel 2005.
Un momento però, potreste sire. Saranno forse peggiorate le disparità di reddito tra gli individui, ma sicuramente si sarà ridotto il divario tra paesi poveri e paesi ricchi. L’industria dello sviluppo internazionale non sta forse lavorando per ridurre le distanze tra est e ovest? Questa è un’opinione piuttosto diffusa, molto condivisa tra gli studenti della London School of Economics dove insegno. Dopo tutto, secondo “la teoria della convergenza” i paesi più poveri crescono a un tasso maggiore di quelli ricchi e nel tempo il divario tra i due si riduce automaticamente.
Tuttavia, questo non sta accadendo. La storia, infatti, ci mostra l’esatto contrario: nel corso degli ultimi duecento anni le disuguaglianze tra i paesi sono aumentate considerevolmente, e non si notano segni di un’inversione di tendenza.
Ci sono alcuni modi per analizzare questi dati. Probabilmente, quello più comune è quello di misurare il divario tra paesi ricchi e paesi poveri in termini di reddito reale pro capite. Utilizzando i dati del Maddison Project, vediamo che nel 1960, alla fine del colonialismo, le persone che vivevano nel paese più ricco del mondo erano 33 volte più ricche di quelle che vivevano nel paese più povero. Era un divario enorme. Poi, nell’anno 2000, dopo che la globalizzazione neoliberale aveva fatto il suo corso, ecco che lo erano non di 33 ma di 134 volte. E questo senza considerare i casi estremi come i regni ricchi di petrolio del Medio Oriente o i piccoli paradisi fiscali offshore. Questa non è affatto ‘convergenza’. Per citare Lant Pritchett, è divergenza alla massima potenza.
Se la vediamo in termini assoluti, è sempre negativo. Dal 1960 ad oggi, secondo i dati del Maddison Project, il divario assoluto tra il reddito dei paesi più ricchi e quello dei paesi più poveri è aumentato del 135%.
Ovviamente, questa metro di valutazione considera le disuguaglianze tra paesi dei due estremi. Possiamo correggere la valutazione osservando invece le differenze regionali. Il modo migliore è quello di misurare il divario – in termini reali – tra il PIL pro capite della prima superpotenza mondiale (Stati Uniti) e quella delle varie regioni del sud del mondo. Considerando le cifre della Banca Mondiale, vediamo che dal 1960 il divario per l’America Latina è cresciuto del 206%, per l’Africa Sub-Sahariana del 207% e per l’Asia Meridionale del 196%. In altre parole, il divario delle disuguaglianze globali si è quasi triplicato.
Nel corso degli ultimi decenni, le disuguaglianze sono talmente peggiorate che nel 2000 il cittadino statunitense era 9 volte più ricco di quello latino-americano, 72 volte più ricco dell’africano sub-sahariano e – reggetevi forte – 80 volte più ricco dell’asiatico meridionale. Queste cifre ci danno l’idea di quanto sia ingiusta la distribuzione della ricchezza nel mondo nell’ attuale economia.
Da qualsiasi punto la guardiamo, è sempre la stessa cosa: le disuguaglianze nel mondo sono peggiorate. E di molto. La teoria della convergenza ha fallito; le disuguaglianze non si compensano automaticamente; tutto dipende dagli equilibri dei poteri politici nell’economia globale. Finché saranno pochi paesi ricchi a stabilire le regole dell’economia a proprio vantaggio, le disuguaglianze nel mondo continueranno a peggiorare. Il sistema del debito, gli aggiustamenti strutturali, gli accordi di libero scambio, l’evasione fiscale e le asimmetrie di potere nella Banca Mondiale, nel FMI e nel WTO, sono i motivi principali per cui le disuguaglianze nel mondo, invece di attenuarsi, sono peggiorate.
E’ il momento di affrontare seriamente questi squilibri che distorcono l’economia mondiale. Non c’è niente di naturale in una disuguaglianza estrema. E’ l’uomo che l’ha costruita e ha a che fare con il potere. Dobbiamo avere tutti il coraggio di dirlo chiaramente.

Scatta il conto alla rovescia per Fondazione: debiti e cause i nodi da risolvere

Scatta il conto alla rovescia per Fondazione: debiti e cause i nodi da risolvereScatta il conto alla rovescia per Fondazione: debiti e cause i nodi da risolvere 

 Scatta il conto alla rovescia per Fondazione: debiti e cause i nodi da risolvereLa fatidica data fissata è quella del 30 giugno, entro la quale il commissario Fuortes inviato da Roma dovrà dimostrare che Fondazione Arena possiede tutti i requisiti per poter usufruire della Legge Bray 
 Scatta il conto alla rovescia per Fondazione: debiti e cause i nodi da risolvere

Ci sono 24 milioni di debiti da pagare tra fornitori e banche e c'è poi la spada di Damocle delle cause avviate dai lavoratori precari di Fondazione Arena. Sono fondamentalmente questi i due grossi grattacapi che il neo commissario Franco Fuortes si troverà a dover affrontare quanto prima. Sì, perché in fondo i tempi sono stretti, la stagione lirica alle porte impone che la svolta arrivi in tempo utile per lo svolgimento regolare delle serate d'Opera che ogni anno richiamano a Verona centinaia di migliaia di turisti con un indotto complessivo per la città di circa 500 milioni di euro, mica noccioline.
Nel tardo pomeriggio di ieri si è svolto un incontro tra gli ex vertici decaduti di Fondazione, Tosi e Girondini, il direttore operativo Francesca Tartarotti che continuerà a mantenere il suo posto e il commissario nominato dal ministro Franceschini. Le posizioni di Fuortes sono al momento ancora un'incongnita per tutti, il suo silenzio lascia però intendere che il suo ruolo possa essere fino in fondo quello di valutare ogni strada per evitare quella che invece Flavio Tosi ritiene essere l'unica soluzione attualmente percorribile, vale a dire la liquidazione coatta di Fondazione Arena.
Il sindaco scaligero proprio nell'incontro di ieri, come riportato anche dal quotidiano L'Arena, non ha fatto altro che esporre la propria versione dei fatti al commissario Fuortes, spiegando come il regime lavorativo di Fondazione sia a sua detta "antistorico", viziato da indennità per il coro e l'orchestra che non hanno più ragione di esistere, ma soprattutto che le 40 cause per le assunzioni rischiano di far sballare i conti in modo irreversibile.
A breve arriveranno circa 13 milioni dal Fondo unico per lo spettacolo che serviranno soprattutto per alleviare la pressione delle banche, e poi verranno impiegati per pagare gli stipendi ed organizzare la stagione estiva in Arena che prenderà avvio proprio alla fine di giugno. Fuortes entro questa data dovrà aver fatto la sua scelta, dopo l'attenta valutazione dei rischi e delle condizioni in cui versa l'ente, per accedere eventualmente ai contributi garantiti dalla Legge Bray, oppure allinearsi alla linea di Tosi che ritiene inevitabile la liquidazione. Partita aperta insomma e per nulla scontata.


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giovedì 9 aprile 2015

Luigi Bisignani: "Silvio Berlusconi, quella volta che si nascose in un furgoncino per andare al ministero"

Luigi Bisignani: "Silvio Berlusconi, quella volta che si nascose in un furgoncino per andare al ministero"  

Il patto del Nazareno non è stato rotto da Matteo Renzi, ma da Silvio Berlusconi. A raccontarlo è Luigi Bisignani nel suo ultimo libro intriso di retroscena I potenti al tempo di Renzi scritto con il direttore di lettera43.it, Paolo Madron. In un'anticipazione del volume pubblicata sul Corriere della Sera, Bisignani racconta con dovizia di particolari i giorni immediatamente precedenti all'elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, rivelando scene a metà tra il film da spionaggio e la commedia all'italiana. Interpreti di sketch involontari anche Angelino Alfano, Pierferdinando Casini e Denis Verdini, tra gli altri.
Il tradimento - Mancano dieci giorni all'inizio delle votazioni per il successore di Giorgio Napolitano. È il 19 gennaio 2015, alle 20.20 sono saltati i nervi a Renzi che era a Palazzo Chigi, perché viene a sapere che in Prefettura a Milano poche ore prima c'è stata una riunione a sorpresa. In una saletta riservata, si sono visti Berlusconi e Alfano, accompagnati rispettivamente da Giovanni Toti e Nicolò Ghedini con il Cavaliere, e da Maurizio Lupi e Gaetano Quagliariello con il segretario di Ncd. E poi Lorenzo Cesa dell'Udc. "Renzi si è sentito tradito - racconta Bisignani - in calo nei sondaggi, con il governo in difficoltà, c'era il rischio di finire in trappola" perché il centrodestra si stava ricompattando.
Vecchi amici - Silvio e Angelino non si vedevano da un anno, da quando cioè il secondo aveva mollato il primo per sostenere il governo del Pd. Eppure Berlusconi "come nel suo stile, fece davvero finta di nulla. Sembrava che si fossero lasciati da poche ore". Da quella riunione spunta l'idea di puntare su Pier Ferdinando Casini per il Quirinale, nonostante Renzi contasse sul sostegno di Berlusconi per Mattarella. All'inizio l'ex premier è rimasto titubante, ma Toti insisteva convinto che pezzi del Pd dissidente avrebbero fatto venir meno i numeri per Mattarella, così come fecero per Prodi.
Imboscato - Il 28 gennaio Berlusconi si è svegliato "frastornato e mortificato" perché sapeva che "nelle ore decisive della battaglia, lui doveva rientrare a Milano" obbligato dai magistrati. Renzi lo ha chiamato per capire se ci fosse ancora o no il sostegno a Mattarella, Berlusconi gli ha risposto prendendosi un paio di ore, senza chiusure. Da lì in poi le scene si fanno comiche: "Per non farsi scoprire dai giornalisti che assediavano Palazzo Grazioli, (Berlusconi, ndr) si nascose nel furgoncino nero che di solito fa da scorta alla sua Audi corazzata". I cronisti abboccano e seguono l'Audi. Lui invece rimane accucciato nel furgone, mentre al Viminale lo aspettano Casini, Cesa, Quagliariello, Lupi e Cicchitto. Arrivato al ministero, Berlusconi è stato accolto con grandissimo calore dagli amici ritrovati. A quel punto tutto sembra possibile ai presenti e così parte Casini con gran teatro e dito indice sollevato: "Amici miei, e non parlo per il mio interesse, ma per voi. Tu Silvio, e noi tutti, Mattarella non lo possiamo proprio votare". Tutti convinti, a quel punto anche Berlusconi che diede: "Il via libera alla famigerata decisione delle schede bianche". Tutti allineati quindi, o quasi. Nella stanza c'era anche Verdini, il più scettico (e forse realista) che uscendo ha poi detto a Gianni Letta: "Questi fra tre ore si rimangiano tutto".

martedì 6 maggio 2014

LA TRUFFA DELLA VENDITA DI BANCA ITALIA

LA TRUFFA DELLA VENDITA DI BANCA ITALIA 

In questa data avvengono due fatti estremamente importanti per la realizzazione del progetto:
viene varata la legge 82 con cui il ministro del Tesoro Guido Carli (già governatore della Banca d’Italia), attribuisce alla Banca d’Italia la “facoltà di variare il tasso ufficiale di sconto senza doverlo più concordare con il Tesoro”
. Ovvero dal 1992 la Banca d’Italia decide autonomamente per lo Stato italiano il costo del denaro; Giulio Andreotti come presidente del Consiglio assieme al ministro degli Esteri Gianni de Michelis e al ministro del Tesoro Guido Carli firmano il Trattato di Maastrich, con il quale vengono istituiti il Sistema europeo di Banche Centrali (SEBC) e la Banca Centrale Europea (BCE). Il SEBC è un’organizzazione, formata dalla BCE e dalle Banche Centrali nazionali dei Paesi dell’Unione Europea, che ha il compito di emettere la moneta unica (euro) e di gestire la politica monetaria comune con l’obiettivo fondamentale di mantenere la stabilità dei prezzi.
I cittadini italiani non si rendono conto della gravità delle conseguenze che questi atti hanno, ed avranno, sulle loro vite. Ne subiscono le conseguenze e quando si domandano “perchè”, ogni volta viene loro proposto un capro espiatorio diverso. L’importante è che i cittadini non riescano a capire quanto sta avvenendo.
I potenti, nel frattempo, continuano a lavorare al loro progetto e, il 13 ottobre 1995, il governo italiano, con il Decreto Ministeriale numero 561, pone il segreto su:
“articolo 2) atti, studi, analisi, proposte e relazioni che riguardano la posizione italiana nell’ambito di accordi internazionali sulla politica monetaria…;
d) atti preparatori del Consiglio della Comunità europea;
e) atti preparatori dei negoziati della Comunità europea…
Articolo 3. a ) atti relativi a studi, indagini, analisi, relazioni, proposte, programmi, elaborazioni e comunicazioni… sulla struttura e sull’andamento dei mercati finanziari e valutari…; ecc. …)”.
Insomma, quanto il Governo sta facendo per realizzare il progetto europeo non si deve sapere, men che meno in ambito di politica monetaria.
Il 1 gennaio 2002 l’Italia ed altri Paesi europei (non tutti) adottano come moneta l’euro. I prezzi raddoppiano, gli stipendi no. La crisi economica si acuisce. Anche in questo caso viene offerto ai cittadini qualche capro espiatorio per giustificare una crisi che, invece, secondo alcuni analisti, è stata pianificata da tempo.
Il 4 gennaio 2004 Famiglia Cristiana rende note le quote di partecipazione alla Banca d’Italia. Si scopre così, per la prima volta (le quote di partecipazione di Banca d’Italia erano riservate) che l’istituto di emissione e di vigilanza, in palese violazione dell’articolo 3 del suo statuto (“In ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici) è, per il 95% in mano a banche private e società di assicurazione (Intesa, San Paolo, Unicredito, Generali, ecc..). Solo il 5% è dell’INPS.
Da quando la Banca d’Italia è in mano ai privati? Come è potuto succedere tutto ciò? La risposta è semplice: con la privatizzazione degli istituti di credito voluta con la legge numero 35/1992 Amato- Carli, cui, l’ex governatore della Banca d’Italia, ha fatto subito seguire la legge 82/1992, che dava facoltà alla Banca d’Italia di decidere autonomamente il costo del denaro.
In altri termini con queste due leggi la Banca d’Italia è divenuta proprietà di banche private che si decidevano da sole il costo del denaro sancendo così, definitivamente, il dominio della finanza privata sullo Stato. A questo stato di cose seguono i noti scandali bancari (Bond argentini, Cirio, Parmalat, scalata Unipol con il rinvio a giudizio del governatore di Banca d’Italia Fazio, ecc..) con grande danno per migliaia di risparmiatori.
Non è possibile che il ministro Carli, ex governatore della Banca d’Italia, non si sia accorto di tutto ciò. Ed ancora: è possibile che i politici, ministri del Tesoro, governatori non si siano accorti, per ben 12 anni, di questa anomalia? Comunque se ne accorgono alcuni cittadini, che citano immediatamente in giudizio la Banca d’Italia.
Il 26 settembre 2005 un giudice di Lecce, con la sentenza 2978/05, condanna la Banca d’Italia a restituire ad un cittadino (l’attore) la somma di euro 87,00 a titolo di risarcimento del danno derivante dalla sottrazione del reddito monetario.
Nella sentenza viene sottolineato, inoltre, come la Banca d’Italia, solo nel periodo 1996-2003, si sia appropriata indebitamente di una somma pari a 5 miliardi di euro a danno dei cittadini. Ma ancora non basta, perché la perizia del CTU nominato dal giudice mette in evidenza:
Per quanto concerne la Banca d’Italia:
come questa sia, in realtà, un ente privato, strutturato come società per azioni, a cui è affidata, in regime di monopolio, la funzione statale di emissione di carta moneta, senza controlli da parte dello Stato;
come, pur avendo il compito di vigilare sulle altre banche, Banca d’Italia sia in realtà di proprietà e controllata dagli stessi istituti che dovrebbe controllare;
come, dal 1992, un gruppo di banche private decida autonomamente per lo Stato italiano il costo del denaro.
Per quanto concerne la BCE:
come questa sia un soggetto privato con sede a Francoforte;
come, ex articolo 107 del Trattato di Maastricht, sia esplicitamente sottratta ad ogni controllo e governo democratico da parte degli organi dell’Unione Europea.
come la succitata previsione faccia si che la BCE sia un soggetto sovranazionale ed extraterritoriale;
come, tra i sottoscrittori della BCE, vi siano tre Stati (Svezia, Danimarca ed Inghilterra) che non hanno adottato come moneta l’euro, ma che, in virtù delle loro quote, possono influire sulla politica monetaria dei Paesi dell’euro.
In altri termini la sentenza mette in evidenza come lo Stato, delegato dal popolo ad esercitare la funzione sovrana di politica monetaria, dal 1992 l’abbia ceduta a soggetto diverso dallo Stato: prima alla Banca d’Italia (di proprietà al 95% di privati), quindi alla BCE (soggetto privato, soprannazionale ed extraterritoriale).
Così facendo lo Stato ha violato due articoli fondamentali della Costituzione:
L’articolo 1 che recita: “… La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Infatti il popolo aveva delegato i suoi rappresentanti ad esercitare la funzione sovrana di politica monetaria, non a cederla a soggetti privati;
L’articolo 11 della Costituzione che recita: “L’Italia … consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
L’articolo 11 della Costituzione consente limitazioni (non già cessioni) della sovranità nazionale.
Inoltre, la sovranità monetaria non è stata ceduta a condizioni di parità (le quote di partecipazione alla BCE non sono paritarie), vi fa parte anche la Banca d’Inghilterra che non fa parte dell’euro e partecipa alle decisioni di politica monetaria del nostro Stato, senza che lo Stato italiano possa in alcun modo interferire nella politica monetaria interna.
Ed ancora. Tale limitazione (non cessione) può essere fatta ai soli fini di assicurare “la pace e la giustizia tra le Nazioni”. I fini della BCE non sono quelli di assicurare pace e giustizia fra le nazioni, ma quello di stabilire una politica monetaria. La sentenza è, quindi, estremamente importante e, per taluni, anche estremamente pericolosa, visto che ai politici che illegittimamente hanno concesso la sovranità monetaria prima alla Banca d’Italia e poi alla BCE potrebbero essere contestati i reati di cui agli articoli:
241 codice penale: “Chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza dello Stato, è punito con l’ergastolo”.
283 codice penale: “Chiunque commette un fatto diretto a mutare la costituzione dello Stato, o la forma del Governo con mezzi non consentiti dall’ordinamento costituzionale dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni”.
I politici, infatti, hanno ceduto un potere indipendente e sovrano ad un organismo privato e, per quanto riguarda la BCE , anche esterno allo Stato. Il pericolo c’è, ma la paura di un possibile rinvio a giudizio per questi gravi reati dura poco. Per una strana coincidenza, a soli 5 mesi dalla sentenza che condanna la Banca d’Italia, nell’ultima riunione utile prima dello scioglimento delle camere in vista delle elezioni, con la legge 24 febbraio 2006 numero 85 dal titolo “Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione” vengono modificati proprio gli articoli 241 (attentati contro l’indipendenza, l’integrità e l’unità dello Stato); 283 (attentato contro la Costituzione dello Stato); 289 (attentato contro organi costituzionali e contro le assemblee regionali), ovvero le figure di attentato alle istituzioni democratiche del Paese, che, diciamolo, con i reati di opinione hanno ben poco a che vedere.
Cosa cambia con questa modifica? Nella sostanza le figure di attentato diventano punibili solo se si compiono atti violenti. Se invece si attenta alla Costituzione semplicemente abusando di un potere pubblico non si commette più reato. I politici, dunque, non solo sono salvi per quanto concerne il passato, ma, da ora in poi, potranno abusare del loro potere pubblico violando la Costituzione senza più rischiare assolutamente nulla. Certo, questa modifica priva la nostra repubblica di qualsiasi difesa, ma di questo pare nessuno se ne accorga.
Pochi mesi dopo questa modifica arriva la sentenza 16.751/2006 della Cassazione a Sezioni Unite, che accoglie il ricorso di Banca d’Italia avverso la succitata sentenza del giudice di Lecce. Nelle motivazioni si legge: “… al giudice non compete sindacare il modo in cui lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria, di adesione a trattati internazionali e di partecipazione ad organismi sovranazionali: funzioni in rapporto alle quali non è dato configurare una situazione di interesse protetto a che gli atti in cui esse si manifestano assumano o non assumano un determinato contenuto”.
In altri termini il giudice non può sindacare come lo Stato esercita le sue funzioni sovrane, neanche quando queste arrechino un danno al cittadino.
Ma, come abbiamo appena visto, il cittadino è rimasto privo di difese anche nel caso in cui, abusando di poteri pubblici, la sua sovranità venga svenduta a soggetti privati. E allora che fare? Al cittadino resta un’ultima flebile speranza? Può aggrapparsi alla violazione dell’articolo 3 dello Statuto della Banca d’Italia? Assolutamente no, anche l’articolo 3 dello Statuto, ovviamente, è stato modificato a dicembre del 2006. Ora non è più necessaria nessuna partecipazione pubblica in Banca d’Italia. Tutto in mano ai privati per Statuto.
La sovranità monetaria è persa. Ma l’inganno è solo all’inizio, anche se è stato portato a termine un tassello importante del progetto, in fondo si sa, è il denaro che governa il mondo.
Lisbona
I potenti, sicuri della loro totale impunità, proseguono nel grande inganno e, visto che nel 2005 la Costituzione Europea (che presentava palesi violazioni con le maggiori costituzioni europee e pareva scritta per favorire le grandi lobby affaristiche in danno dei cittadini) era stata bocciata da francesi ed olandesi al referendum, decidono che, per far passare il testo, si deve agire in due modi:
evitare di far votare la popolazione;
rendere il testo illeggibile.
Il loro progetto prevede di lasciare la Costituzione Europea immutata e, per evitare il referendum, di chiamarla Trattato. Poi, per non far capire al cittadino che nulla è cambiato, rendono il testo illeggibile inserendo migliaia di rinvii ad altre leggi e note a piè pagina, come hanno confessato:
l’ex presidente francese Valéry Giscard D’Estaing: “Il Trattato è uguale alla Costituzione bocciata. Solo il formato è differente, per evitare i referendum”;
il parlamentare europeo danese Jens-Peter Bonde “i primi ministri erano pienamente consapevoli che il Trattato non sarebbe mai stato approvato se fosse stato letto, capito e sottoposto a referendum. La loro intenzione era di farlo approvare senza sporcarsi le mani con i loro elettori”;
il nostro Giuliano Amato: “Fu deciso che il documento fosse illeggibile… Fosse invece stato comprensibile, vi sarebbero state ragioni per sottoporlo a referendum”.
Nel 2007 tutto è pronto e il 13 dicembre i capi di governo si riuniscono a Lisbona per firmare il Trattato, ovvero la Costituzione Europea bocciata nel 2005 e resa illeggibile. Ora manca solo la ratifica dei vari Stati.
Il parlamento italiano ratifica il trattato di Lisbona l’8 agosto del 2008, approfittando della distrazione dei cittadini dovuta al periodo feriale. Nessuno spiega ai cittadini cosa comporti la ratifica del Trattato, ed i media, ancora una volta, tacciono.
In realtà con quella ratifica abbiamo ceduto la nostra sovranità in materia legislativa, economica, monetaria, salute e difesa ad organi ( Commissione e Consiglio dei Ministri) che non verranno eletti dai cittadini. Il solo organo eletto dai cittadini, il Parlamento Europeo, non avrà, nei fatti, alcun potere.
Ancora una volta i nostri politici, abusando del loro potere pubblico, hanno violato l’articolo 1 e 11 della nostra Costituzione.
L’articolo 1 perchè, come detto, lo Stato ha la delega ad esercitare la funzione sovrana in nome e per conto dei cittadini, non a cederla. E’ come se una persona avesse il compito di amministrare un immobile e lo vendesse all’insaputa del proprietario, abusando del potere che gli è stato conferito.
Inoltre ha violato l’articolo 11 perché, come abbiano visto: “L’Italia… consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità”.
Lo Stato, invece, ancora una volta ha ceduto la sovranità e l’ha ceduta non in condizioni di parità. Infatti l’Inghilterra, che già non ha aderito all’euro, in sede di negoziato ha ottenuto diverse e importanti esenzioni per aderire al Trattato di Lisbona, eppure pare che il primo presidente europeo sarà proprio l’ex primo ministro inglese Tony Blair. La nomina a presidente europeo di Blair deve far riflettere, sopratutto in ordine alla cosiddetta Clausola di Solidarietà presente nel Trattato di Lisbona. Detta Clausola prevede che ogni nazione europea sia tenuta a partecipare ad azioni militari quando si tratti di lottare contro “azioni terroristiche” in qualunque altra nazione. Il problema e che nessuno ha definito cosa si intenda per “azioni terroristiche”. Chi deciderà chi è un terrorista e perchè? Persone come Tony Blair, in passato coinvolto nello scandalo sulle inesistenti armi di distruzione di massa in mano a Saddam con cui è stata giustificata la guerra all’Iraq? A quante guerre ci sarà chiesto di partecipare solo perché qualche politico non democraticamente eletto avrà deciso di usare la parola “terrorista” o “azione terroristica”?
Si consideri che già, oggi, basta definire un cittadino “presunto terrorista” per poterlo privare dei diritti umani e permettere che i servizi segreti possano sequestrarlo a fini di tortura, attività criminale che potrà poi essere coperta con il segreto di Stato, come ha recentemente confermato con la sentenza 106/2009 anche la nostra Corte Costituzionale.
Ma il dato più allarmante è che con il Trattato di Lisbona viene reintrodotta la pena di morte. Ovviamente tale dicitura non è chiaramente presente nel testo, ma in una noticina a piè pagina (si continua nell’inganno).
Leggendo attentamente questa noticina, e seguendo tutti i rimandi, si arriva alla conclusione che con il Trattato di Lisbona accettiamo anche la Carta dell’Unione Europea, la quale dice “La morte non si considera cagionata in violazione del presente articolo se è il risultato di un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario: Per eseguire un arresto regolare o per impedire l’evasione di una persona regolarmente detenuta; per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o un’insurrezione” (articolo 2, paragrafo 2 della CEDU).
La cosa è di estrema gravità. Infatti, anche in questo caso, chi deciderà che una protesta è sfociata in disordini tali da rendere lecito un omicidio? (l’Italia, poi, ha un triste primato in fatto di “agenti provocatori” pagati per trasformare una manifestazione in guerriglia). In quali casi si potrà sparare sulla folla disarmata? Chi deciderà quando potranno essere sospesi i diritti umani? Perché di questo si tratta.
Ecco la storia di un grande inganno, un inganno che inizia
- con il cedere illecitamente, proteggendosi con il segreto, la funzione sovrana dell’esercizio della politica monetaria a privati:
- nello sfuggire alle responsabilità del proprio operato depenalizzando le figure di attentato alla Costituzione;
- nell’approfittare delle ferie estive per ratificare un Trattato con cui vengono cedute le nostre restanti sovranità (legislativa, economica, monetaria, salute, difesa, ecc.) ad una oligarchia non eletta e che nessuno conosce;
- ed, in ultimo, nel dare il potere a qualche politico di poter privare i cittadini dei loro diritti umani semplicemente con una parola.
Così, quando i cittadini si renderanno conto che hanno perso tutto, che la loro vita viene decisa da una oligarchia di potenti non eletti democraticamente, quando si renderanno conto del grande inganno in cui sono caduti non sarà loro concesso neanche reagire o protestare, perchè basterà una sola parola per trasformare la reazione in “azione terroristica” o la protesta in “insurrezione”, legittimando così la sospensione dei diritti umani e l’applicazione della pena di morte. Il tutto, poi, verrà coperto con il segreto di Stato.
La crisi non esiste,la crisi è provocata dalla banche che chiedono rientri e non rilasciano presiti,questo provoca un’economia ferma e senza sbocchi.
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Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A.
Cassa di Risparmio di Biella e Vercelli S.p.A.
Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza S.p.A. Cassa di Risparmio di Firenze S.p.A. Fondiaria – SAI S.p.A.
Allianz Società per Azioni
Banco Popolare s.c.
Cassa di Risparmio del Veneto S.p.A.
Cassa di Risparmio di Asti S.p.A.
Cassa di Risparmio di Venezia S.p.A.
Banca delle Marche S.p.A.
INAIL
Milano Assicurazioni
Cassa di Risparmio del Friuli Venezia Giulia S.p.A. (CARIFVG S.P.A.) Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia S.p.A.
Cassa di Risparmio dell’Umbria S.p.A.
Cassa di Risparmio di Ferrara S.p.A.
Banca Popolare di Milano S.c.a r.l.
Cassa di Risparmio di Ravenna S.p.A.
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Cassa di Risparmio di Fossano S.p.A.
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Cassa di Risparmio di Cesena S.p.A.
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Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna S.p.A.
Banca Carime S.p.A.
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TOTALI 300.000.