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domenica 2 giugno 2013

FINANZIAMENTI COLLATERALI

Finanziamenti collaterali  

Da venerdì scorso la legge per tagliare il finanziamento pubblico ai partiti esiste, ora si tratta di approvarla in Parlamento. Il percorso probabilmente non sarà dei più semplici e qualche modifica al testo varato dal Consiglio dei ministri è addirittura probabile. Al momento, comunque, si punta ad abolire i finanziamenti gradualmente fra l'anno prossimo e il 2017, sostituendoli a poco a poco con i contributi dei privati, che godranno di sgravi fiscali variabili a seconda della donazione (del 52% fra i 50 e i 5 mila euro e del 26% fino a un massimo di 20 mila euro), ma a partire dal 2016.
Dalla stessa data, inoltre, sarà possibile destinare il due per mille nella dichiarazione dei redditi ai partiti (per chi non vuole, allo Stato), che potranno anche usufruire di spazi e servizi gratuiti o scontati.
Ma prima ancora di entrare nel merito delle misure proposte e delle possibili correzioni, sorgono un paio di dubbi. Primo: era davvero questo uno dei primi interventi da mettere in cantiere con il "governo di servizio" guidato da Enrico Letta? Secondo: non c'è il rischio che la riforma consenta ai partiti maggiori di incassare lo stesso, danneggiando invece le formazioni minori o alternative?
In molti fanno notare che l'anomalia italiana non riguarda i finanziamenti in sé. Anzi, a livello puramente teorico, che lo Stato garantisca sostegno finanziario a chi si impegna in attività politiche è perfino un principio democratico, altrimenti questo diritto sarebbe esercitabile soltanto da chi può permetterselo. Uomini come Silvio Berlusconi, che vent'anni fa fondò in pochi mesi un partito personale, o semplicemente le forze politiche più ramificate e influenti, quelle in grado di ottenere un cospicuo appoggio non solo dai portafogli dei militanti, ma anche dalla pletora di lobby interessate a distribuire favori per poi riceverne. E' evidente che se un gruppo di cittadini qualsiasi decidesse di formare un nuovo partito contando solo sulle donazioni private avrebbe ben poche possibilità di successo.
Certo, la situazione attuale non è sostenibile. Ma il vero problema è altrove: ossia nella quantità dei fondi che sono stati distribuiti finora e soprattutto nelle modalità di assegnazione. Il punto è che nessun Lusi deve più comprarsi casa con i soldi pubblici, nessun Belsito deve più sgraffignare diamanti con i fondi che avrebbe dovuto dare alle sezioni.
Fin qui sono mancati i controlli e le rendicontazioni, anche perché la prassi a cui abbiamo assistito negli ultimi anni è sempre stata viziata a monte: le risorse destinate ai partiti avrebbero dovuto essere dei rimborsi sulla base di spese certificate, invece erano di fatto dei finanziamenti (una pratica contro cui, peraltro, gli italiani avevano espresso il proprio dissenso via referendum ormai un paio di decenni fa). Ora la certificazione dei bilanci diventa obbligatoria, ed è questo il passo avanti più importante.
Il secondo tema riguarda l'uguaglianza di trattamento garantita alle forze in campo. Il ddl approvato dal Consiglio dei Ministri prevede che per accedere a tutti i benefici previsti i partiti debbano avere uno statuto che preveda "requisiti minimi idonei a garantire la democrazia interna". Al di là della vaghezza di una simile formulazione (chi giudicherà questi "requisiti minimi"?) è inevitabile leggere nella postilla una chiara (e goffa) volontà di marginalizzare il Movimento 5 Stelle, che infatti ha già gridato allo scandalo.
Senza statuto non si potrà usufruire nemmeno della manna dal cielo prevista nel comma 2 dell'articolo 4 a proposito di quel famoso due per mille: "In caso di scelte non espresse - si legge nel testo - la quota di risorse disponibili, nei limiti di cui al comma 4, è destinata ai partiti ovvero all’erario in proporzione alle scelte espresse". Il limite è di 61 milioni di euro e dovrebbe essere facilmente raggiungibile anche se la maggior parte dei contribuenti decidesse di devolvere i soldi allo Stato. Sembrerebbe poca cosa, se paragonata ai 160 milioni che i partiti si sono spartiti dopo le ultime elezioni. Peccato che, a quanto pare, i "limiti di cui al comma 4" facciano riferimento a una quota da incassare ogni anno.

RITORNO AL PASSATO LA CHICCHA DELLA GIORNATA

Ritorno al passato 

La chicca della giornata, definita storica da quella gran parte di quotidiani nazionali che ancora godono di finanziamenti pubblici, ce l’ha regalata un insigne sindacalista della Cisl, tal G. Terracciano : “E’ meglio avere un lavoro, anche senza diritti, anche senza le giuste condizioni, ma l’importante è avere un lavoro”.
Nessuna sorpresa, quindi, che nella giornata “storica” di ieri si sia sancita, nell’incontro/accordo tra i tre confederali (Cgil, Cisl e Uil) e la loro cosiddetta controparte, Confindustria, la fine della democrazia sindacale, del diritto di sciopero e la cancellazione “normativa” di quelle sigle contrarie a quei contratti nazionali, causa principale della perdita di potere d’acquisto e di ogni strumento di difesa da parte dei lavoratori.
Non un passo indietro…bensì decenni di lotte e di rivendicazioni cancellate in una farsa durata poche ore e confermata proprio dalle “parole in libertà” dei solerti funzionari di queste organizzazioni.
Basta con quei lacci e lacciuoli che costringevano i “padroni” a rispettare quei diritti che la classe operaia si è conquistata con il sangue ed il sudore…ora siamo in una fase nuova…ci vuole l’unità delle forze produttive…ergo tu lavori per quattro soldi, per una pensione misera, per un lavoro che non ti da garanzie né sul presente né sul futuro…e l’occupazione crescerà…crescerà la domanda interna, cresceranno i consumatori…l’economia ripartirà e saremo tutti più felici e contenti…almeno quelli che resteranno vivi….la stessa litania già sentita quando introdussero la precarietà.
Peccato che, all’indomani della “storica” firma, la stessa Cgil pubblichi un’indagine sulla ripresa economica e parla di 60 anni di recessione e di un ritorno alla situazione pre-crisi solo nel 2070 ed oltre…chissà come saranno contenti gli schiavi dei prossimi 60 anni a sapere che il loro sacrificio forse non servirà neanche ai loro figli !
Già…lo dice anche il nostro presidente Napolitano, presentando i “festeggiamenti” del 2 giugno, festa della Repubblica…c’è bisogno di unità e sacrifici…quei sacrifici che faranno quei fessi che pagheranno i prodotti aumentati dall’iva per finanziare le ristrutturazioni delle case dei ricchi…o quegli idioti che preferiranno dare il loro contributo ad associazioni umanitarie e che avranno uno sgravio fiscale 6 volte inferiore a chi preferirà, di contro, darli ai partiti…al limite per riaverne in cambio qualche “vivo e vibrante” favore.
Le caste si blindano in un ritorno al peggior passato della nostra triste repubblica…blindano i loro privilegi, il loro potere e, con la scusa della crisi, tappano la bocca a quei milioni di italiani che li hanno bocciati nelle ultime elezioni, a quei milioni di lavoratori che non sono iscritti a nessun sindacato o hanno optato per quelli di base.
Di “storico” nella giornata di ieri c’è che la storia, quella con la “s” maiuscola, quella che è stata testimone di un paese in grado di rinascere dalle ceneri di una guerra devastante, è stata ancora una volta calpestata dagli interessi di quelle caste che hanno ridotto il nostro paese ad un’enorme tavola imbandita…alla quale la gente onesta non è invitata…se non per pagare il conto.

FINANZIAMENTO PUBBLICO PARTITI !ORA CONTRIBUTI VOLONTARI


FINANZIAMENTO PUBBLICO PARTITI / Finisce l'era del finanziamento pubblico ai partiti. Ora contributi volontari 


Si conclude l'era del finanziamento pubblico ai partiti, ultime notizie Roma - Finisce il sistema dei rimborsi ai partiti. Il consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge che introduce un nuovo sistema di finanziamento della politica basato sulle contribuzioni volontarie. Con la nuova legge sul finanziamento ai partiti "ci sara' un periodo transitorio, perche' esattamente legato alla transitorieta' con cui arriveranno i finanziamenti dei privati". A dirlo e' il ministro per le Infrastrutture Maurizio Lupi, al termine del Consiglio dei ministri.

Il ddl, spiega, e' l'"attuazione dei principi che avevamo approvato in Consiglio dei ministri, una completa e assoluta rivisitazione del finanziamento dei partiti, dove non ci sara' piu' il finanziamento pubblico ma il contributo da parte dei privati con agevolazioni fiscali". Il meccanismo di de'calage del finanziamento, a quanto si apprende, prevede una riduzione progressiva in tre anni dal 60% del primo anno, al 50% del secondo anno e al 40% del terzo.

Sarebbe prevista inoltre una misura che incide sul cosiddetto 'inoptato'. Si tratta di una misura compensativa: entro un determinato stanziamento, i fondi non espressamente attribuiti dai privati attraverso l'opzione del due per mille, saranno distribuiti ai partiti proporzionalmente alle somme stanziate in via esplicita.

INTERVISTA A LANDINI CHE CHIEDE UNA LEGGE

Si comincia con l’accordo. Intervista a Landini, che chiede una legge 

Maurizio Landini promuove l’intesa raggiunta sulla rappresentanza. «Ma non risolve tutte le vertenze, ci vuole una legge»
«L’accordo sulla rappresentanza è positivo. Perché finalmente in un’intesa firmata sia dai sindacati che dalle imprese, si arriva a definire chi può fare i contratti e come debbano essere validati. E, fondamentale, si mette in mano ai lavoratori il mezzo di validazione». Il segretario Fiom Maurizio Landini accoglie con soddisfazione il nuovo patto siglato da Cgil, Cisl e Confindustria, ma non si nasconde che molti problemi rimangono aperti. «E resta comunque – aggiunge – la necessità di avere una legge».
Partiamo dagli elementi positivi, poi affronteremo i problemi.
Innanzitutto c’è un fattore di fondo: è importante che sia stato riconosciuto, in qualche modo, il valore delle nostre lotte per la democrazia. È un bene che non solo la Fiom e gli altri sindacati vogliano mettere fine all’epoca dei contratti separati, ma che lo pensi e lo voglia anche la Confindustria. Mi pare si sia rispettato il principio che più volte abbiamo detto di sostenere, ovvero che per la validazione di un contratto ci vuole la firma del 50% più 1 dei sindacati rappresentativi e una consultazione certificata dei lavoratori. Questo spinge finalmente verso la ricerca di una vera unità sindacale, fatta sui contenuti. Bene anche che si preveda l’elezione delle Rsu su base proporzionale, senza il terzo garantito.
Dei problemi, però, restano aperti. Quali secondo voi?
Innanzitutto non si risolve il problema della Fiat, a meno che l’azienda non voglia rientrare in Confindustria: ma non mi pare che ne abbia l’intenzione. E poi resta aperto il nodo del contratto separato con Federmeccanica, non essendo questo accordo retroattivo. Ma è importante che d’ora in poi vigeranno queste regole.
Però la Fiom sostiene che ci voglia comunque una legge.
Sì, e lo dice ad esempio il caso Fiat. Non sono ancora state realizzate, nonostante quest’ultimo accordo, l’agibilità e la libertà sindacale. E poi c’è l’estensione «erga omnes» dei contratti, che un accordo «privato» tra le parti come questo non può disporre. Ci sono tante aziende in Italia, come la stessa Fiat, non iscritte a nessuna associazione firmataria, come molti lavoratori non sono tesserati con il sindacato. Per comprendere queste realtà, ci vorrebbe una legge.
Tornando alla Confindustria, si è aperto un nuovo dialogo? È la crisi ad aver cambiato le cose? Il nuovo governo, le vostre lotte?
Riconosco a Giorgio Squinzi che il primo atto da lui compiuto è un accordo unitario e per regole democratiche. È stato coerente con le affermazioni fatte fin dall’inizio, ha sempre detto che voleva chiudere con gli accordi separati. Ma se si è arrivati a questo punto, è grazie anche alle nostre lotte. E non solo della Fiom: contratti separati sono stati firmati anche nel commercio, nel pubblico, tra i bancari.
E il nuovo governo?
Non credo possa intestarsi alcun merito per questo accordo, che è tutto sindacale. Ma che, attenzione, parla anche alla politica, perché risolve, almeno nel nostro campo, quella che è una crisi generale della rappresentanza. Il nuovo governo per ora ha solo parlato, vogliamo vedere le azioni concrete. Cancelli l’articolo 8, faccia una vera politica industriale e una legge per la rappresentanza. Induca le imprese a investire, perché su questo finora sono state parecchio assenti. La stessa Fiat neanche con il ministro Zanonato è stata chiara. Poi ci servono soluzioni per l’Ilva, la siderurgia e altri settori a rischio. Infine, il governo ci spieghi una cosa: perché non fa in modo che i 100 miliardi dei fondi pensione siano investiti su titoli e azioni italiani? Il 70%, per ora, va all’estero.
Il 2 giugno immagino che non sarete alla parata militare a Roma, ma in Piazza Santo Stefano a Bologna. Come mai?
No, in effetti non andrò alla parata di Roma. Sarò molto volentieri, invece, a Bologna. Innanzitutto perché gentilmente ci ha invitato Libertà e giustizia. E poi perché crediamo fermamente che la Costituzione non vada cambiata, ma che anzi debba essere pienamente realizzata per avere il cambiamento che tutti desideriamo: valorizzando il lavoro, la sanità e l’istruzione come beni comuni e pubblici.

CHE VERGOGNA PETIZIONE MARO' NEGLI USA NON QUI

Che vergogna, petizione pro marò Negli Usa, non qui 

La richiesta all'Onu è di "monitorare il processo" indiano a Latorre e Girone, ormai imminente, e "promuovere un arbitrato intrenazionale"Il 2 giugno sono gli italiani all'estero, che ci ricordano il valore simbolico, per la dignità nazionale, del caso marò con una petizione al segretario generale della Nazioni Unite Ban Ki moon. La richiesta all'Onu è di «monitorare il processo» indiano a Massimiliano Latorre e Girone, ormai imminente, e «promuovere un arbitrato intrenazionale». I due fucilieri di Marina «non sono terroristi, ma militari che combattevano la pirateria». Parole semplici ed efficaci che non risuonano in Italia, la patria della raccolta di firme per qualsiasi fregnaccia, ma oltreoceano. Da New York, Giorgio Caruso, che ha fondato il gruppo «Italiani nel mondo - salviamo i nostri marò» ha lanciato la petizione raccolta dalle pagine facebook delle famiglie Latorre e Girone. Margaret, la madre americana di Caruso, che negli anni Cinquanta è stata giornalista del New York Times, lo ha aiutato a scrivere il testo. In America se fosse capitato lo stesso per due marines, il Paese si sarebbe mobilitato e le tv avrebbero trasmesso il sito dove firmare la petizione. In Italia poco o nulla nonostante la festa della Repubblica coincida con oltre 15 mesi di «odissea» indiana per i marò. Il ministro della Difesa, Mario Mauro, ha invitato sul palco della parata ai Fori imperiali i familiari dei due fucilieri. Qualche ora prima li aveva chiamati a Delhi. L'ennesima, stucchevole telefonata dei governi italiani, che da un anno e mezzo promettono di risolvere il caso. Il ministro degli Esteri, Emma Bonino, ha chiesto «compostezza» e di «urlare» di meno. «Non so se dovrei bombardare l'India, rompere i rapporti commerciali, ritirare l'ambasciatore» ha aggiunto con una facile battuta. Forse dovrebbe solo rendersi conto, come il Giornale propone da tempo, che l'Italia è in grado di dimostrare un minimo di dignità nazionale ritirando per protesta le navi dalla flotta antipirateria al largo della Somalia. E se non bastasse scatenare un'analoga «rappresaglia» per le missioni in Libano ed in Afghanistan.