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sabato 5 gennaio 2013
PERCHE DAL 2013 SAREMMO TUTTI PIU MALATI MENTALI
Il DSM, del resto, è nato proprio allo scopo di dimostrare che le diagnosi psichiatriche si basano su prove rigorose e codificate. In realtà, per molti critici, questo manuale sembra piuttosto dimostrare con chiarezza che lo studio della patologia psichica è tutt'ora più vicino alla letteratura che alla scienza e, proprio per questo, è estremamente sensibile alle mode, alle tendenze, ai bisogni della politica e dell'economia.
Una decisione che va controcorrente rispetto all'estensione generalizzata delle malattie riguarda l' autismo, probabilmente per diminuire il numero sproporzionato di autismo degli ultimi anni negli USA. Diminuiscono dunque i criteri per la diagnosi di autismo, ridotti da tre (alterazioni qualitative dell'interazione sociale, alterazioni qualitative nella comunicazione, comportamenti, interessi, attività stereotipate, ripetitive e ristrette caratterizzate ) a due (disfunzioni nella comunicazione sociale e comportamenti ripetitivi). Le famiglie e le associazioni legate a pazienti autistici lamentano il fatto che un cambiamento del genere potrebbe implicare che molti pazienti che avevano ricevuto in precedenza una diagnosi di autismo, di punto in bianco potrebbero ritrovarsi ad essere considerati "normali" perdendo così il diritto alle cure e al sostegno scolastico. In particolare le famiglie di pazienti con sindrome di Asperger sono preoccupate perché pensano di avere meno speranze di guarigione per i loro familiari "ad alto funzionamento", che si ritrovano invece in qualche modo "declassati" a semplici soggetti autistici. La sindrome di Asperger, quando nell'edizione DSM del 2000 fu indicata come disturbo separato dai disturbi dello spettro autistico, determinò un'ondata di investimenti nella ricerca su questa malattia. L'Asperger torna oggi sotto l'ombrello dei disturbi dello spettro autistico (sindrome di Asperger, disturbo autistico, disturbo disintegrativo dell'infanzia e disturbo pervasivo dello sviluppo, non altrimenti specificato), in quanto che implica poi una valutazione individuale del livello di capacità del paziente.
Vi sono però anche voci a favore di questa decisione, che sostengono che l'inclusione del lutto nella diagnosi di depressione maggiore sia dettata da 2 ragioni molto importanti: (1) non ci sono studi che dimostrano che i sintomi depressivi successivi ad un lutto differiscano nella natura, nel decorso o nella severità dagli altri sintomi depressivi; (2) il grande rischio di suicidio che la depressione comporta (4%) non giustifica la non considerazione del lutto, visto che questi pazienti giungono spesso a togliersi la vita, al pari degli altri depressi.
E se anche la psicoterapia nel caso del lutto, potrebbe rivelarsi addirittura più efficace di un farmaco, specialmente nei casi più lievi,ricorso agli Psichiatri il problema non è degli psichiatri, ma dei cambiamenti strutturali profondi che dovrebbe fare la società e che esulano dallo scopo per cui è stato creato il DSM.
Vi è poi il disturbo di escoriazione (skin picking) che sarà incluso nei disturbi ossessivo-compulsivi insieme al "disturbo di accaparramento" o hoarding disorder, per soggetti che mostrano persistenti difficoltà a privarsi delle loro cose, anche quando non le utilizzano più e, indipendentemente dal loro valore, le conservano, fino a riempire completamente la loro casa di oggetti inutili.
- Comportamenti autolesionistici non suicidari: comportamenti autolesionistici, ma che non con hanno scopo suicidario
venerdì 4 gennaio 2013
EUROPA ANCORA IN DIFFICOLTA' E PEGGIO PER
Outlook 2013, Europa ancora in difficoltà e peggio ancora per l’Italia
Provare a tracciare delle linee guida
per il 2013 non è certo facile. l’Anno che verrà, o meglio, che già è
venuto, nasconderà tante insidie, ma non escludiamo anche la possibilità
di ritorvarci con delle sorprese. Con questi mercati così condizionati
dall’operato delle banche centrali e dagli eventi geopolitici e non solo, tutto può succedere.
Vi riporto oggi un parere interessante. Un Guest post tratto da un articolo scritto dal professore universitario Luigi Zingalez che spesso abbiamo citato in questo blog. Docente alla Chicago School of Business,
si è dimostrato un personaggio interessante in quanto liberale e
liberista vero. Quindi in linea con il pensiero politico del
sottoscritto che, ahimè, si sente da tempo perso all’interno del
minestrone politico italiano.
Vi riporto questo interessante articolo apparsqualche giorno fa
“Passeggere . Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore . Oh illustrissimo sì, certo.
Passeggere . Come quest’anno passato?
Venditore . Più più assai.
Passeggere . Come quello di là?
Venditore . Più più, illustrissimo.
Passeggere . Ma come qual altro? Non
vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore . Signor no, non mi piacerebbe.”
Non occorre condividere il pessimismo
leopardiano (nel Dialogo di un venditore di almanacchi e di un
passeggere) per predire che l’anno che sta arrivando non sarà facile,
almeno per quanto riguarda l’Italia. C’e’ un grande desiderio di vedere
la luce alla fine del lungo tunnel della recessione. Non voglio fare
l’uccello del malaugurio, ma mi tocca dire che il 2013 non sarà l’anno
della ripresa. Nel migliore dei casi sarà l’anno meno uno. Meno uno come
il tasso di crescita previsto per il Prodotto Interno Lordo italiano. E
meno uno come l’anno prima dell’anno zero del nuovo ciclo. La ripresa arriverà, ma solo nel 2014.
Il motivo per cui questa crisi,
cominciata in America nell’ormai lontano 2007, non accenna a finire è
perché non è una crisi semplice, ma l’intersezione di tre crisi diverse:
la crisi dei mutui subprime in America, la crisi dell’euro, e la crisi
del modello di welfare occidentale. Paradossalmente la prima crisi,
quella che ha innescato il cataclisma, si sta risolvendo. Le altre,
invece, sono ancora agli inizi.
La storia è piena di sbornie di euforia,
seguite da pesanti crisi finanziarie. La bolla immobiliare americana
finanziata dai mutui subprime altro non è che uno di questi episodi.
Quando i prezzi delle case in America (ma anche in Spagna) crescevano a
due cifre anno dopo anno, era difficile resistere alla tentazione di
comprare. Chi è saltato sul treno all’inizio della bolla, indebitandosi
fino al collo per comprare una casa più grande o una seconda o terza
casa, si è arricchito a dismisura. Gli altri, che hanno cercato di
imitare questi fortunati, si sono trovati con il cerino in mano quando i
prezzi delle case hanno prima smesso di crescere e poi sono crollati
(in media del 30 per cento).
Il risveglio dopo un periodo di euforia
finanziaria è simile a quello dopo una sbornia: cerchio alla testa e
depressione. I consumatori, aggravati dal debito contratto durante il
boom, sono timorosi. Le banche, piene di crediti inesigibili, non
concedono prestiti. E le imprese, senza consumatori e senza credito,
faticano ad espandersi. Non a caso, la storia economica ci insegna che
dopo ogni crisi finanziaria la ripresa è molto lenta. La crisi attuale
non fa eccezione. Invece di recuperare velocemente, gli Stati Uniti ci
hanno messo quattro anni per raggiungere il livello di Pil pre crisi. La
buona novella è che questo livello è stato raggiunto e sorpassato e gli
Stati Uniti stanno consolidando la loro ripresa che sarebbe più robusta
se non ci fossero le altre due crisi a complicare la vita. Purtroppo
l’Italia, che non è stata investita direttamente dalla crisi del
subprime, stenta più degli Stati Uniti. Il Pil è ancora più basso del
livello prima della crisi (di ben sette punti percentuali) e il gap non
sembra destinato a colmarsi il prossimo anno. Di questo dobbiamo
ringraziare le altre due crisi.
La più acuta delle due è quella
dell’euro, che fa tremare non solo gli europei, ma anche gli americani.
Se il caso subprime va addebitato al mercato, la crisi dell’euro è
interamente colpa dei politici. Non solo non sono riusciti ad evitarla,
ma l’hanno espressamente voluta. Quando la moneta comune fu introdotta
c’era piena consapevolezza tra i suoi creatori che in questi termini non
sarebbe stata sostenibile. La speranza dei padri fondatori era che
l’inevitabile crisi avrebbe generato una pressione politica verso una
maggiore integrazione europea. Il cuore è stato gettato oltre l’ostacolo
nella convinzione che al momento giusto il resto del corpo avrebbe
seguito. Purtroppo l’ostacolo sembra più alto del previsto.
Perché una moneta comune funzioni, i
paesi che l’adottano devono avere una forte mobilità del lavoro,
meccanismi di trasferimento fiscale ed essere soggetti a shock simili.
Nessuna di queste tre condizioni vale per l’Europa. Non è così semplice
per i tedeschi spostarsi a lavorare in Spagna o per gli spagnoli in
Germania. Ai problemi di lingua si sommano forti differenze culturali.
Questa scarsa mobilità rende difficile assorbire gli shock locali. Lo
scoppio della bolla Internet ha colpito la Germania molto più della
Spagna, mentre l’espansione della Cina ha beneficiato l’export tedesco
molto più di quello spagnolo. Difficile dunque disegnare una politica
monetaria che funzioni per entrambi i paesi. La politica monetaria
all’inizio del millennio andava bene per la Germania, ma era troppo
inflazionistica per la Spagna. Oggi, viceversa, va bene per la Germania,
ma è troppo restrittiva per la Spagna.
Queste crisi locali sono peggiorate
dalla mancanza di trasferimenti anticiclici tra stati europei. Quando il
Texas ha difficoltà mentre la California va bene, le entrate fiscali
dei residenti californiani aiutano a pagare i sussidi di disoccupazione
dei texani. In Europa no.
Non potendo svalutare il cambio e non
ricevendo un sostegno dal resto dell’Unione un paese europeo colpito da
uno shock (come l’esplosione della bolla immobiliare in Spagna) può
aggiustarsi solo con due meccanismi: l’emigrazione di manodopera e la
riduzione dei salari reali sotto la pressione della disoccupazione.
Entrambi questi meccanismi alla lunga funzionano, ma sono estremamente
lenti ed estremamente penosi. Anche perché la terza crisi, ovvero quella
fiscale, rende difficile usare le politiche di welfare usate finora.
Negli ultimi cinquant’anni il consenso
sociale nelle democrazie occidentali è stato raggiunto facilmente con il
sistema dello “spendi subito e paghi dopo.” In un periodo di forte
crescita economica e demografica, questo sistema ha funzionato a
meraviglia. Il peso del debito scaricato sulle generazioni future si è
rivelato minimo perché queste generazioni erano più ricche e numerose.
Purtroppo questo trucco non funziona più: la riduzione dei tassi medi di
crescita e il crollo demografico non solo rendono impossibile scaricare
il conto sulle generazioni future (meno numerose e non necessariamente
più ricche), ma forzano quelle attuali a cominciare a pagare il debito
contratto da quelle passate. Questo rende difficile per i governi
occidentali compensare gli effetti di uno shock negativo con politiche
fiscali espansive.
Gli Stati Uniti e l’Inghilterra, che
partivano da una situazione debitoria migliore, hanno potuto farlo, ma
ora anche loro devono cambiare rotta, come dimostrano i severi tagli di
bilancio imposti dal premier inglese David Cameron e il braccio di ferro
sul bilancio tra Congresso e Presidente in America.
Fin dall’inizio della crisi l’Italia,
gravata dal peso del suo debito, non si è potuta permettere questa
risposta. Ciò spiega la severità della nostra situazione. In particolare
l’Italia ha sofferto pesantemente l’interazione tra la crisi dell’euro e
quella fiscale. La difficoltà di aggiustamento all’interno di una area
di cambi fissi ha ridotto il nostro tasso di crescita. Questa riduzione
ha messo in dubbio la solvibilità del nostro Paese, minacciando la
stessa sopravvivenza dell’euro. A sua volta, i dubbi sulla sopravvivenza
della moneta comune hanno aumentato il costo del nostro debito,
riducendo la crescita ed incrementando
il rischio di insolvenza del nostro Paese.
il rischio di insolvenza del nostro Paese.
In questo contesto lo scenario più
positivo è un lento e penoso processo di recupero, dove i motori della
crescita rimangono la Cina e gli Stati Uniti che sembrano aver lasciato
la loro crisi alle spalle. In particolar modo negli Usa c’è molto
entusiasmo per le opportunità offerte da una nuova tecnologia di
estrazione del petrolio e gas in profondità (fracking), che promette
all’America indipendenza energetica e gas a basso costo.
Gli scenari negativi sono molti, ma
tutti passano attraverso un problema politico. L’instabilità potrebbe
minacciare il processo di crescita cinese e la ripresa americana. Ma i
rischi principali vengono purtroppo dall’Europa e soprattutto dall’area
euro. Gli elettori tedeschi potrebbero stufarsi di pagare per gli errori
altrui e lasciare le nazioni del Sud Europa al loro destino. Ma il
rischio maggiore è quello di una rivolta politica dei paesi più in
difficoltà. A giugno 2012 i partiti estremisti e anti austerità hanno
raccolto in Grecia il 46 per cento dei voti. Con il prolungarsi della
recessione, la crisi politica può contagiare altri Paesi, con
conseguenze imprevedibili sulla stabilità dell’Unione.
Come uscirne? La prima soluzione passa
per l’aumento dei meccanismi di solidarietà a livello europeo. Dopo
l’unione bancaria, che prevede anche un sistema di salvataggio delle
banche, sarebbe utile introdurre un sussidio di disoccupazione comune
europeo pagato con fondi comuni. Questo aiuterebbe ad ammortizzare i
costi della crisi nel Sud Europa senza creare meccanismi preversi che
premiano i governi che spendono di più.
A livello italiano gli spazi di manovra
sono fortemente limitati dal vincolo di bilancio. Una manovra possibile
sarebbe una riduzione della spesa pubblica accompagnata da un taglio del
carico fiscale sul lavoro. Questo riduzione del cuneo fiscale, ovvero
della differenza tra quello che un’impresa paga e quello che un
lavoratore percepisce, favorirebbe un aumento dell’occupazione e della
crescita.
L’altra area di intervento è quella del
credito. Oggi le banche italiane prestano poco o nulla perché non hanno i
soldi per farlo. Dall’altro lato la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp),
controllata al 70 per cento dal ministero dell’Economia, ha soldi da
buttare via in operazioni finanziarie di scarsa utilità sociale come
l’acquisto del 4,5 per cento Generali da Bankitalia. Perché non usare i
soldi per finanziare le imprese e i privati? La Cdp non ha la struttura
per erogare credito in modo capillare, ma potrebbe farlo indirettamente,
sfruttando la struttura della banche: quindi offrirsi di riscontare a
tassi di favore i nuovi prestiti fatti dalle banche, lasciando in carico
alle banche il primo 5 per cento di perdite. In questo modo gli
istituti mantengono gli incentivi a prestare in modo oculato, ma non
devono impegnare capitali che non hanno. E consumatori ed imprese
riacquistano accesso al credito.
“Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a
trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita
felice. Non è vero?” ? domanda il passeggere del Leopardi. A noi non
resta che rispondere come il venditore di almanacchi: “Speriamo.
DIALOGO TRA UN ITALIANO E LO PSREAD
Dialogo tra un italiano qualunque e lo spread
Dialogo tra un italiano qualunque e lo spread.
Italiano qualunque: "Si presenti, non parlo inglese e non so nulla di economia"Spread: "Sono un differenziale tra gli interessi di un'obbligazione e quelli di un titolo di riferimento. Ad esempio se un BTP ha un rendimento del 6% e il corrispettivo titolo di Stato tedesco con la stessa scadenza lo ha del del 2%, il mio valore è di 6 − 2 = 4 punti percentuali,ovvero di 400 punti base"
Italiano qualunque: "Quindi lei è un differenziale, più la differenza aumenta tra i nostri titoli e quelli degli altri Paesi, più dobbiamo pagare di interessi"
Spread: "To spread vuole dire "allargare", più mi allargo, più diventa largo il fosso. Io sono un fosso."
Italiano qualunque: "Si, ma io che c'entro con lei, io non ho comprato né titoli italiani e neppure tedeschi"
Spread: "Il suo Stato vive grazie alla vendita dei debiti, ne accumula circa 100 miliardi di euro all'anno. Lei è italiano, quindi corresponsabile, non può tirarsi fuori. Chi compra i vostri debiti sa che corre un rischio di insolvenza, quindi che, in sostanza, potrebbe perdere tutto o parte dell'investimento. Meno si fida, più chiede di interessi".
Italiano qualunque: "Quindi chi compra i titoli tedeschi li vede come un bene rifugio. Sa che non ha alcun rischio sul capitale e si accontenta di un interesse basso".
Spread: "Esatto. Più siete inefficienti come Stato, più dovete pagare di interessi. Per chi compra è come giocare alla roulette. Si ricorda l'Argentina e i tango bond?"
Italiano qualunque: "Ma il debito può solo salire o anche scendere? Siamo arrivati a 2.000 miliardi di debito pubblico, qual è il limite, cosa c'è oltre lo spread?"
Spread: "Vedo che lei comincia a seguirmi. Oltre lo spread, quando il fosso diventa una voragine, c'è il default. Se voi vivete di debito e continuate a crearlo, a causa della vostra irresponsabilità politica, gli interessi aumentano in modo progressivo perché dovrete vendere nuovi titoli di Stato per pagare gli interessi che via via si accumulano. Il debito è una spirale. Voi siete nella spirale".
Italiano qualunque: "Come si esce dalla spirale?"
Spread: "Si tagliano le spese non necessarie o si rinegoziano ("ristrutturano" è più dolce) gli interessi sul debito. In caso contrario gli interessi erodono nel tempo lo Stato sociale. Si chiudono scuole, ospedali, servizi pubblici, si spengono i lampioni delle strade, mentre il debito aumenta, implacabile."
Italiano qualunque: "Si, d'accordo. Ma come è possibile che Rigor Montis ci abbia ammazzato di tasse e il debito sia aumentato?"
Spread: "Il debito è aumentato perché si è intervenuti sui ricavi, sulla tassazione diretta e indiretta, facendo fallire migliaia di imprese, distruggendo il settore immobiliare e diminuendo i consumi, e non sulle spese e sull'efficienza. Il risultato è che la vostra economia è peggiorata, basta vedere il rapporto PIL/debito pubblico che si sta avvicinando a quello della Grecia di due anni fa"
Italiano qualunque: "Senta, non capisco, ma se l'economia italiana va a rotoli, perché lei è migliorato?"
Spread: "Lei non solo non capisce di economia e non parla inglese, ma crede ancora nelle favole. Il mio valore attuale non ha nulla a che fare con la vostra economia. Lo capisce anche un bambino. Tutti gli indici economici dell'Italia sono negativi, i peggiori dal dopoguerra e io sono sotto i 300 punti. Che c'entro io allora con la vostra economia. Mi permetta, lei è uno che legge solo i giornali, per questo mi fa queste domande".
Italiano qualunque: "Qual è allora il motivo della sua discesa?"
Spread: "Vuolsi colà dove si puote, nelle agenzie di rating, direbbe il vostro Dante. Però le do qualche indizio. Rigor Montis ha riportato a casa centinaia di miliardi di vostro debito dalle banche francesi e tedesche e quindi il problema del debito sta diventando solo vostro e io c'entro sempre di meno. Quando il vostro debito pubblico ve lo sarete ricomprati al l'80/90% a nessuno interesserà più lo spread. Questa è la missione di Rigor Montis, far ritornare il debito in patria, impoverendo il Paese."
Italiano qualunque: "Quindi, nel tempo, lei sparirà di scena e ci rimarrà un debito pubblico enorme, tutto sulle nostre spalle, che nessuno all'estero ci comprerà più e per metterlo sotto controllo ci vorranno decenni attingendo ai risparmi degli italiani".
Spread: "Chi vive di debito, muore di debito. Auf wiedersehen, mio caro amico"
Dal Blog di Grillo
LA SANITA' DEL GOVERNO MONTI RICHIO LA SALUTE
ANAAO-ASSOMED: LA SANITA’ NEL GOVERNO MONTI: LA POLITICA DEI TAGLI HA MESSO A RISCHIO IL DIRITTO ALLA SALUTE
"Come
una stanca litania il documento “Analisi di un anno di governo”
pubblicato sul sito dell'Esecutivo, nella parte dedicata alla Sanità
ripete di avere operato senza conseguenze negative sull'erogazione dei
servizi ai cittadini.
Una
sorta di mantra ripetuto ossessivamente che tradisce la falsa coscienza
di un equilibrismo verbale che ha distorto i vocaboli trasformando
razionamento in razionalizzazione e tagli in miglioramento.
E' successo con la cosiddetta spending review, si è ripetuto con il regolamento sugli standard ospedalieri e per l'aggiornamento dei LEA che rischiano di rimanere bloccati dalla mancanza di fondi.
E' successo con la cosiddetta spending review, si è ripetuto con il regolamento sugli standard ospedalieri e per l'aggiornamento dei LEA che rischiano di rimanere bloccati dalla mancanza di fondi.
La
realtà è che i provvedimenti finanziari adottati prima da Tremonti poi
da Monti, dal 2010 ad oggi, hanno prodotto nel settore sanitario una
riduzione del finanziamento considerata insostenibile dalla stessa
Conferenza delle Regioni.
La politica dei tagli, delle tasse e dei ticket sta restringendo l'offerta sanitaria pubblica rendendo sempre più difficile l'esigibilità di un diritto tutelato costituzionalmente attraverso misure di razionamento sia esplicito (taglio dei servizi e blocco del turnover) sia implicito (aumento importante della partecipazione dei cittadini alla spesa, prolungamento delle liste d'attesa).
La politica dei tagli, delle tasse e dei ticket sta restringendo l'offerta sanitaria pubblica rendendo sempre più difficile l'esigibilità di un diritto tutelato costituzionalmente attraverso misure di razionamento sia esplicito (taglio dei servizi e blocco del turnover) sia implicito (aumento importante della partecipazione dei cittadini alla spesa, prolungamento delle liste d'attesa).
E'
l'universalismo del SSN che è messo pesantemente in gioco. E lo stesso
Presidente Napolitano durante uno degli ultimi interventi pubblici ha
sollecitato “attenzione e cura per il Servizio Sanitario Nazionale per
non venir meno a una funzione irrinunciabile sancita in Costituzione”.
La
distruzione o privatizzazione del SSN avrebbe conseguenze nefaste non
solo sui livelli di salute della popolazione ma sull'intera economia,
obbligando i cittadini a sottrarre ai consumi una parte maggiore delle
risorse a loro disposizione per potersi garantire in caso di necessità
l'accesso alle cure.
La
questione del finanziamento del SSN è profondamente politica, prima che
tecnica, e la scelta del modello di Welfare sanitario interessa la
nostra concezione di democrazia, la stessa idea di società, di comunità,
di coesione sociale.
Tocca ai partiti nel momento in cui chiedono il voto esplicitare politiche, programmi e candidati sui quali misurare il consenso dei cittadini e l'Anaao Assomed non consentirà che questo nodo venga eluso."
Tocca ai partiti nel momento in cui chiedono il voto esplicitare politiche, programmi e candidati sui quali misurare il consenso dei cittadini e l'Anaao Assomed non consentirà che questo nodo venga eluso."
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