Immaginiamo un azienda che produce etichette. Quando fabbrica i suoi
autoadesivi, il diligente amministratore annota al passivo le spese
sostenute per approntarli: materie prime, ore di lavoro, competenze di
eventuali subfornitori e terzisti, spese generali. Tutte le spese
sostenute per la produzione vengono computate nel costo totale
dell’etichetta e saranno scritte al passivo nel bilancio.
Finché il rotolo nuovo di etichette resta in magazzino, il suo valore è
calcolato a prezzo di costo. Quando finalmente viene venduto, il
fabbricante ottiene il suo ricavo, che verrà scritto negli attivi di
bilancio. La parte di ricavo che eccede le spese è l’utile, che, se si
sarà mantenuto per tutto l’anno, risulterà in bilancio e verrà tassato.
Avviene però che il cliente di questa azienda sia una catena di
supermercati che richiede le etichette con il prezzo dei prodotti.
Allora l’amministratore dell’etichettificio comincia a fatturare al
supermercato la cifra scritta sulle etichette: 1.000 etichette con
scritto il prezzo “2 euro”, costo 2.000 euro, 10.000 etichette con
scritto il prezzo “10 euro”, costo 100.000 euro. Si tratta di cifre
complessive favolose ed è strano che l’amministratore del supermercato
le paghi senza richiedere la prova dell’etilometro al suo fornitore
(alcune male lingue parlano di un co-interessamento dei vertici del
supermercato con il giro di soldi). Comunque le paga e l’etichettificio
si trova con degli utili astronomici. Come fare a giustificarli mentre
il supermercato va in rovina e i suoi dipendenti sono inferociti? E come
ridurre le salatissime tasse?
Ecco che il padrone dell’etichettificio ha una bella idea: con
qualche spicciolo finanzia dei convegni di studi coinvolgendo anche
grossi nomi e università e fa elaborare gli ILS (International Labelling
Standard) dei criteri standard per la contabilizzazione delle
etichette.
In base a queste norme compila il bilancio a fine anno, scrivendo nei
passivi i prezzi a cui ha venduto le etichette, e negli attivi
l’identica quantità di soldi ricevuta dal supermercato. Poi, siccome ha
concesso al supermercato di pagare con dilazioni importanti (12, 24 mesi
e più) aggiunge agli attivi gli interessi su queste dilazioni,
interessi che verrebbero a costituire l’utile dell’etichettificio.
Naturalmente, dopo la presentazione del bilancio, gli azionisti e gli
amministratori della società vengono immediatamente incriminati per
truffa, falso in bilancio ed evasione fiscale.
La banca fa la stessa identica cosa, ma per lei, inaudita eccezione, è perfettamente legale.
Perché gli IAS (Account International Standard), le regole contabili
(scritte dai banchieri stessi), sono recepite nelle legislazioni
nazionali.
E così, il denaro nuovo, stampato di fresco, viene ceduto allo Stato,
non al costo tipografico ed eventuali utili commisurati, ma al valore
scritto sulle banconote e tale valore nominale viene iscritto nel
bilancio della banca al passivo.
Molti commentatori hanno già messo in luce l’anomalia per cui la
banca compare come proprietaria del denaro che crea dal nulla. Molti
hanno insistito su come questo fatto generi sfruttamento del lavoro,
parassitismo, ingiustizia.
Però, a mio parere, non si insiste abbastanza nel sottolineare che
questo metodo non funziona e non potrà mai funzionare, anzi racchiude in
sé il fallimento del sistema, ineluttabilmente sancito da poche
regolette di aritmetica elementare.
Se la banca è l’unico ente autorizzato ad emettere denaro (la Banca
Centrale creandolo e le banche commerciali moltiplicandolo grazie alla
riserva frazionaria), significa che tutto il denaro che esiste è emesso
dalla banca. Non esistono altre fonti di denaro, (si badi bene che
diciamo “di denaro”, non “di ricchezza”). Quindi tutto il denaro che
circola è gravato di interesse.
Certamente, al momento in cui il sistema si è avviato, esisteva del
denaro di proprietà, ottenuto in precedenza senza interesse. Ma con la
maturazione del sistema, quindi col passaggio di mano dei soldi, con
l’aumento della massa monetaria, e con l’erosione continua dovuta agli
interessi, questa quota di denaro “libero” è svanita o si è ridotta ad
una percentuale insignificante. Dunque tutto il denaro che esiste,
esiste in forma di debito su cui si paga un interesse.
Ma lo stipendio che si percepisce, la vendita di un immobile, gli affari
dei commercianti…come è possibile dire che sono soggetti a interesse?
L’interesse si paga senza vederlo, sotto forma di tasse, oppure nascosto
nei prezzi al consumo (NOTA 1)
Perciò, globalmente, il sistema funziona così: la banca emette tutto il denaro, lo chiamiamo 100.
E vuole l’interesse (supponiamo) del 5%. Se tutto il denaro che esiste è
100, come fa la società a restituire 105? Semplicemente non può.
Se la banca accettasse come quota interessi un chilo di pane, un cesto
di fragole, due schiavi nubiani che arieggiano l’ufficio del direttore
con i loro larghi flabelli, allora si potrebbe. Ma la banca non li
accetta, no, no, la banca vuole proprio e solo il denaro, che è l’unica
cosa che, per legge, nessun membro della società civile può produrre. Se
un cittadino stampasse un po’ di denaro da gettare come offa agli
insaziabili trangugiatori di interessi, sarebbe un falsario, perché il
denaro è l’unica cosa che può produrre la banca e può produrlo soltanto
lei.
Per questa ragione si crea il paradosso che persino la crescita economica aumenta il debito.
Infatti, se aumentano i beni prodotti, per scambiarli occorre più denaro
e questo sarà emesso dalla banca solo dietro emissione di cambiali
(pubbliche o private) a interesse.
“Ma che discorsi!” Dirà l’uomo della strada “Se un’azienda o uno
stato guadagnano bene, possono pagare gli interessi e resterà ancora un
utile nelle loro mani”. Questa reazione emotiva, basata sull’abitudine,
descrive solo un evento locale.
Guadagnare soldi significa acquisire la proprietà di soldi che aveva qualcun altro, non crearne.
Se tutto il denaro esistente è 100, qualcuno guadagna e qualcuno perde, ma 100 resta.
E se alla banca deve tornare 105, la società, nel suo complesso, resterà insolvente verso la banca.
Se dunque non è possibile restituire alla banca il denaro dovuto, la
società nel suo complesso o si dichiara insolvente, oppure prende a
prestito la somma per pagare gli interessi, indebitandosi sempre di più.
Prende 100 in prestito e, l’anno seguente, prenderà 105, per pagare
capitale e interessi, l’anno successivo105 più il 5% e così via. E’ uno
“schema Ponzi”, volgarmente detto “catena di sant’Antonio”, che cresce
costantemente, finché si sta al gioco, e poi crolla.
E i costumi finanziari moderni, soprattutto per l’Euro, hanno
accentuato la criticità del sistema, accelerando il momento
dell’insolvenza, tramite la valutazione del debito in base agli
indicatori (rapporto debito/PIL e valutazioni varie), trattando il
debito come se fosse reale.
Per l’Euro la situazione è doppiamente grave, in quanto l’assoluta
indipendenza della BCE dalle istituzioni politiche (quindi dai ministeri
dell’economia e delle finanze) priva la moneta europea di un qualunque
governo sensato e la abbandona alla speculazione.
Questa impostazione della finanza basata sul debito è dunque
fallimentare in se stessa e sta svelando, ogni giorno di più, la sua
inadeguatezza. Ma il punto nevralgico del meccanismo è l’apposizione al
passivo nel bilancio della Banca Centrale del denaro circolante, perciò è
opportuno fare alcune attente osservazioni al riguardo.
1) Questa pratica è ingiustificata. Non esiste nessun motivo concreto
o plausibile per cui il costo di una banconota da 100 euro debba essere
conteggiato 100 euro, quando la sua stampa costa circa
3 centesimi.
2) Questa pratica è contraddittoria. Infatti, per ragioni inspiegabili, il conio delle monete metalliche
è di competenza degli Stati e risulta all’attivo in bilancio. Dunque, la
stessa operazione di creazione del denaro, viene contabilizzata al
passivo o all’attivo a seconda di chi la compie, realizzando così un
capolavoro di illogicità.
3) Questa pratica non è rappresentativa della realtà. La realtà
infatti, il mondo in cui viviamo, costituisce nel suo insieme un grande
attivo che è la bontà dell’esistenza. E tale attivo presuppone dei
crediti gratuiti iniziali, costituiti dalla nostra stessa vita e dalla
natura, che contiene tutto ciò che ci consente di vivere. Dunque se il
bilancio di un’attività vuole rispecchiare la realtà, tale bilancio deve
essere in attivo. Il bilancio a somma zero appiattisce l’economia
all’atto della transazione, escludendo la natura, il lavoro, il numero
di persone coinvolte…in poche parole, la vita.
4) Questa pratica riflette una mentalità nichilista. Si deve questa
brillante osservazione a Giovanni Passali, economista leader del sito
“moneta complementare”, che traduce in un linguaggio filosofico
l’osservazione del punto precedente.
In effetti la contabilità bancaria considera la vita un passivo e il numero un attivo.
Perché passivo viene considerato il denaro circolante, che assolve,
nell’organismo economico, la stessa funzione del sangue che circola in
un organismo vivente. Ovvero trasporta il nutrimento
e tutte le sostanze che occorrono alla vita materiale. Ed è adempiendo
questa funzione che acquista il suo valore, un valore del tutto
“spirituale”, che consiste nella fiducia di una comunità nell’accettarlo
in pagamento, al fine di scambiare i frutti del proprio lavoro.
Mentre attivo, per il bilancio bancario, sono i pezzi di carta che non circolano, ma ritornano all’immobilità della cassaforte.
Immobilità che è la morte del denaro e la perdita del suo valore: se non
è speso, si riduce a essere un pezzo di carta, neppure buono per
accendere il fuoco perché, per l’appunto, è chiuso in cassaforte.
Eppure i banchieri e i loro servitori in livrea (ve ne sono tra i politici, i giornalisti, gli economisti,
i professori e financo fra ben noti rettori universitari) ci terrorizzano raccontando che loro sono lì,
in quella smisurata e illecita posizione di potere che proviene dalla
creazione e dal controllo della moneta, per proteggerci dalla catastrofe
dell’inflazione, autentico spauracchio sventolato come deterrente per
chi volesse obiettare qualcosa alle loro politiche di schiavizzazione
delle nazioni.
“L’inflazione eroderà il vostro stipendio, consumerà i vostri beni
come il fuoco, vi ridurrà in miseria” (peraltro tutte cose che costoro
fanno attivamente, positivamente e pertinacemente,
a nostro danno e a proprio vantaggio) così ci dicono, ma si guardano bene dal lasciar trapelare che
il buco nero che inghiotte il PIL di intere nazioni è lì nel loro bilancio.
Non solo, ma quelle poche crisi da iperinflazione che hanno fatto
storia, non sono mai state causate dal denaro di Stato, ma sempre dalla
speculazione al ribasso che loro stessi, banchieri e finanzieri
internazionali, hanno condotto contro tali monete sovrane.
I casi della repubblica di Weimar e di alcuni Stati africani sono tutti
identici: nazioni con un forte debito estero, a cui si faceva fronte con
stampa di moneta per pagamenti internazionali.
Furono tutti vittime di vendita allo scoperto della propria divisa, che,
causando svalutazione, richiedeva nuova stampa per coprire il debito
estero, calcolato in oro (Weimar) o in dollari americani (Zimbabwe e
altri Stati). (NOTA 2)
Si innescava così un circolo vizioso senza fondo, in cui l’inflazione
era figlia della svalutazione e non dell’eccesso di stampa di moneta.
Infine ci tocca registrare che quel passivo artificioso che la banca scrive nella propria contabilità
(la Banca Centrale scrive al passivo il denaro che crea dal dal nulla,
le comuni Aziende bancarie scrivono al passivo i crediti che erogano
sulla base del quasi-nulla) non fa bene neppure al bilancio della banca.
Infatti quell’enorme passivo, se da una parte permette di eludere le
tasse, dall’altra espone gli istituti bancari all’incertezza: basta
qualche insolvenza per mandare i conti in rosso. E la totale mancanza di
vincoli che ha la banca nell’erogazione dei prestiti (NOTA 3) invita
gli istituti di credito a prestare irresponsabilmente a più non posso:
si sa, l’occasione fa l’uomo ladro.
Il risultato finale del passivo artificiale, con cui è contabilizzato
il denaro, è duplice: da una parte abbiamo gli immani debiti pubblici,
che mai potranno essere ripagati, dall’altra un bilancio bancario che
oscilla pericolosamente sulla linea di galleggiamento.
E fin ora si è ovviato a questa disfunzione strutturale con trucchi
ed escamotage. Da una parte sta apparendo chiaramente che i bilanci
degli Stati sono falsati: una grossa fetta dei passivi sono occultati
deviandoli nelle “casse depositi e prestiti” o loro omologhe. Anche la
virtuosa Germania nasconde il 20% del suo debito nella pancia della KfW
e, insieme a Francia Italia e Portogallo,
si rifiuta di fornire i dati reali alla Commissione economica del
Parlamento europeo (Econ), come denunciato nel giugno di quest’anno
dalle istituzioni di Bruxelles.
Dall’altra parte si sussurra nei corridoi che anche i bilanci delle
banche sono truccati. Del resto, anche se non lo fossero, tutti i
salvataggi invocati dalle banche negli ultimi anni dimostrano un
malessere che non può essere occasionale o frutto di una crisi
passeggera. Si tratta ovviamente di un problema sistemico, anzi, come
abbiamo visto sopra, matematico.
Perciò, concludendo, non è più il momento di aggiungere una pezza a
una struttura tarlata, bisogna cambiare l’architrave del nostro sistema
finanziario, prima che tutta la nostra casa economica ci crolli in
testa. Tra le priorità di qualsivoglia governo riformatore, deve esserci
la revisione dei criteri contabili (gli IAS) che porti all’eliminazione
di quel passivo nichilista che inghiotte senza sosta le nostre
ricchezze, la nostra libertà, la nostra vita.