"Sanità, il pericolo è la privatizzazione di fatto. Ecco come...". Intervista a Eleonora Artesio
Eleonora Artesio è consigliere regionale Federazione della Sinistra in Piemonte.
Cosa sta accadendo in Piemonte per quanto riguarda la privatizzazione della sanità?
La
situazione piemontese ha delle caratteristiche originali. E’ l’unica
regione del nord sottoposta ad un piano di rientro e quindi si trova in
una situazione di controllo sulle azioni di rientro del piano sanitario a
cui partecipano soggetti come il ministero della Sanità. A questo la
Giunta ha associato l’assegnazione di alcune competenze ad una figura
esterna al mondo dei servizi pubblici, cioè un manager della Fiat Iveco.
L’operazione che questo assessore ha fatto è stata quella di nuova
architettura istituzionale in cui compare un livello intermedio tra le
aziende sanitarie e la Regione, ovvero la federazione sovrazonale.
Invenzione pura. Come è stata giustificata?
Questa operazione è stata giustificata con l’idea di dare la gestione, nelle aree no core,
dai magazzini all’amministrazione tanto per intenderci, ad
amministratori delegati nominati dalle aziende sanitarie che
rispondessero direttamente all’assessore. Quindi, si pone da subito un
problema di democrazia e di regole, perché i direttori rispondono
direttamente alla Regione ma, dall’altro lato rispondono alle conferenze
dei sindaci che intervengono sulla definizione delle priorità e
valutano l’operato dei direttori generali. Queste nuove figure, ivnece,
rispondono solo al proprio consiglio di amministrazione. Così si salta
il controllo sociale. E la questione che ha preoccupato molto rispetto
alle prospettive future era il fatto che in capo a queste federazioni ci
fossero nuove modalità organizzative, dal project financing al
partenariato con il privato puro che interviene nel campo
dell’informatica, dei trasporti della gestione dei magazzini. In qualche
modo è stata ipotizzata una sorta di ingresso di quella imprenditoria
che del mondo sanitario non si è mai occupata, eppure sbandiera lo
slogan del “privato è bello”. Un modello diverso dalla Lombardia, vorrei
sottolineare, che invece ha un rapporto con un erogatore di cura
privato. Questo tipo di privato che si sta affacciando all’interno del
sistema piemontese è un privato a prescindere, che non ha la cura della
sanità ma dei processi organizzativi, sui quali sottrae gestione e
direzionalità. Tutto entra nel calcolo dei budget del consiglio di
amministrazione.
Un modello complesso, però…
Non è finita, perché a
questo hanno associato il fondo immobiliare. Ad un certo punto è
cominciata a crescere con la scusa della ricerca delle risorse
aggiuntive a causa dei tagli la possibilità che un modo per risolvere la
crisi di liquidità potesse essere il fondo immobiliare: 66% dal
pubblico e il 33% dal privato. Il pubblico, le aziende sanitarie; e il
privato, fondazioni bancarie e assicurazioni sanitarie. Il fondo
immobiliare prende le garanzie dal patrimonio asl, che in questo modo
avrebbero dovuto avere in cambio quote di partecipazione. Ovviamente poi
le aziende stesse avrebbero dovuto pagare un canone di locazione per il
le strutture. Il vantaggio accampato è che le asl avrebbero avuto
risorse subito.
Una cosa molto simile sono le cartolarizzazioni.
Simile,
sì, ma non è la tessa cosa. La cosa che però oltre ad avere questo
aspetto inedito inquietava è che in capo al fondo immobiliare si
sarebbero messe anche le funzioni legate alla gestione del patrimonio.
Quindi di nuovo una operazione per cui ad occuparsi di ampliamento e
cura degli edifici fino alle tecnologie non sarebbe stato il direttore
generale ma un altro ente, del tutto opaco rispetto al rapporto con i
cittadini. Tutta questa vicenda ha livelli di realizzazione diversi. Le
federazioni sono nate un anno fa, e stanno ricevendo una resistenza
passiva da parte del personale sanitario di tutti i livelli. Tanto che
la resistenza passiva sta provocando dei costi aggiuntivi, e il
ministero ha messo in mora il Piemonte chiedendo di giustificare quale
profitto trae da una operazione del genere. Sul fondo immobiliare, la
parola d’ordine della vendita degli ospedali ha suscitato immediatamente
l’opinione contraria dei cittadini che ovviamente sono attaccati ai
loro ospedali.
E questo ha bloccato il processo?
Non arriveranno
a metterlo in campo, tanto è che la stessa Giunta sta tergiversando.
L’assessore se ne è andato un mese fa sbattendo la porta contro la
politica. L’accusa è di incapacità a governare i costi.
Vuol dire che la privatizzazione fa un passo indietro?
Non
direi. In mezzo c’è quello che accade nel quotidiano sul piano della
qualità dei servizi. E che riguarda una convinzione che ho, e basta
vedere i dati. Cioè che con questa riduzione costante dei trasferimenti
non saremo più in grado di garantire i livelli essenziali di assistenza.
Dentro questo quadro c’è una grande ipocrisia. Nella riforma del titolo
quinto sono stati definiti sì i livelli e quindi gli obblighi di chi
fornisce il servizio, ma quello che è saltato però è il rapporto tra le
risorse trasferite e la garanzia del rispetto di questi livelli
essenziali. A ogni riduzione si è sostenuto che sì le risorse erano
minori e il trend concordato nel patto con la salute della crescita del
3-4% annuo si è interrotto ma non bisogna preoccuparsi perché si sta
incidendo su sprechi e inefficienza. E’ ragionevole ragionare che nelle
macro organizzazioni ci possono essere delle inefficienze ma a volte la
dispersione è in qualche modo nello svolgimento del servizio stesso
quando, per esempio, la popolazione stessa è distribuita su un’area
ampia. o casi particolari come le malattie professionali particolari.
Tutto questo quando parlano di sprechi può essere raccontato, come la
vicenda della siringa. Il problema è che governare gli sprechi vuol dire
guardarli da vicino. La realtà, alla fine, è che se lo fai a distanza
di fatto usi il taglio lineare della spesa e l’unica cosa che ti succede
è che gli sprechi non li riduci e così metti a rischio la qualità dei
servizi.
Per esempio?
Hanno bloccato il turn overe con la
perdita di 2.750 unità lavorative nel combinato disposto di tagli e
piani di rientro. E la ricerca che fine fa? E le eccellenze? E questo è
stato sbandierato come un risparmio di 25 milioni. Si sono prodotte le
liste di attesa, non quelle classiche di diagnostica ma quelle del
ricovero per anziani e non autosufficienti. Persone che da due anni
hanno avuto la certificazione e che invece stanno pagando la loro
assistenza e siamo a quota 30mila in lista di attesa.
Ecco, siamo al punto credo…
In questa vicenda qui
mi son dovuta ricredere sui criteri di interpretazione del rapporto
pubblico-privato. Dentro la spending review c’è anche una
ricontrattazione dei contratti con la sanità privata. Il privato
accreditato si è visto ridurre del 5% la remunerazione. Quindi, pensare
che i tagli rappresentino il favore verso il privato non è
l’interpretazione più giusta. Il problema è che è possibile che il
privato raccolga una domanda che non è più soddisfatta nel pubblico, che
non riesce più a garantire i livelli minimi. E questo lo vediamo
abbastanza sui ticket. Quando il governo fece a giugno il mancato
rimborso e quindi obbligò le Regioni ad aumentare i ticket quello che
venne fuori è che il cittadino va con la sua prescrizione con la ricetta
e si sente dire dal privato che se viene con il sistema convenzionato
pagherà la tua quota parte ma se viene privatamente pagherà solo 10 euro
in più. Questo movimento sposta verso la gestione privatistica, non c’è
dubbio. Il privato sta recuperando gli spazi, che nella spending review
sono stati tagliati, in una sorta di competizione nell’offerta con il
pubblico e l’obiettivo è il cittadino che paga di tasca sua. Aumenterà
tutta questa parte di popolazione che finché può paga. Magari si può
anche cominciare a pensare che su questo modello si può innescare quello
delle coperture assicurative. L’ingresso di un sistema assicurativo
nella sanità perché ormai si dà per scontato che i lea non saranno più
garantiti e quindi le persone che possono assumono su di sé l’onere, sta
nei mumeri.