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lunedì 10 marzo 2014

TOGLIAMO UN PO DI PREGIUDIZI SULL' ANARCHIA

Togliamo un po' di pregiudizi sull'anarchia 

La proposta anarchica è una proposta di rivoluzione che se applicata andrebbe a modificare sostanzialmente l'esistente, eliminando qualsiasi forma di autorità, potere, istituzione, privilegio, sfruttamento. È quindi facilmente intuibile come tale proposta sia sempre stata ostacolata da ogni Potere mediante la repressione diretta e con la distorsione del messaggio antiautoritario.
Quindi prima di andare avanti, per cercare di definire e meglio comprendere cosa sono e cosa propongono gli anarchici, conviene da subito chiarire cosa non è l'anarchia e cosa non sono gli anarchici.

"L'anarchia è caos invivibile"
Questa affermazione lascia intendere che una società anarchica sarebbe una società senza regole, dove ognuno tenterebbe di uccidere, rapinare, stuprare l'altro. Niente di più falso: l'anarchia è sostanzialmente un messaggio di cooperazione con l'altro, basato però non sulla paura e sul ricatto dato dalla Legge, ma sulla responsabilità degli accordi liberamente presi. Tra l'altro, il mutato tessuto sociale, nella maniera che cercheremo più avanti di analizzare, modificherebbe sostanzialmente i rapporti umani in maniera tale che essi verrebbero ridefiniti e di conseguenza
ridotti anche i rapporti conflittuali.


"L'anarchia sarebbe bella ma non è possibile"
Presupponendo che l'essere umano sia fondamentalmente incapace di autorganizzarsi o autogovernarsi e che quindi abbia naturalmente bisogno di qualcuno che lo comandi, che lo indirizzi e scelga per lui. L'affermazione è falsa perché parte da presupposti falsi, ovvero che l'essere umano abbia solo istinti innati o naturali... L'essere umano, invece, è soprattutto il risultato della società in cui cresce: se cresce in un ambiente autoritario sarà per lui "naturale" muoversi su ordine, e a sua volta dispensarne; se cresce tra relazioni paritarie e responsabilizzanti sarà poi in grado di autoregolarsi, senza la necessità di capi.

"L'anarchia è disorganizzazione"
Facendo intendere che sarebbe impossibile poi sopravvivere in un tale stato primordiale. Niente di più falso. L'anarchia è super organizzazione (dei beni, delle risorse, degli spazi, etc.), proprio perché non delega ad un ente questa funzione, ma implica l'assunzione di responsabilità individuali. Quindi non c'è nulla di più organizzato che la proposta anarchica in quanto tale. Si tratta solo di adottare una diversa modalità organizzativa (non autoritaria, autogestionaria), non di eliminarla.

"Gli anarchici sono violenti"
Gli anarchici in quanto tali ripudiano la violenza studiata ed applicata nei confronti di altri esseri senzienti; come quella sistematicamente perpetrata dal Dominio nei secoli attraverso il carcere, la tortura, l'omicidio. La violenza che possono a volte applicare si esprime solo sotto forma di autodifesa degli spazi di libertà attaccati dal Potere.

"Gli anarchici sono terroristi"
Questa considerazione, che fa il paio con la prima, mira tendenziosamente a scambiare la vittima con il carnefice: casomai è vero che gli anarchici sono a volte terrorizzati dall'attuale stato delle cose. Quando storicamente hanno fatto uso di mezzi o modi conflittuali l'hanno sempre fatto per cercare di difendersi da un sistema sociale particolarmente violento od oppressivo.

GRILLO E IL FISCAL COMPACT

Grillo e il Fiscal Compact, cosa non ha capito Beppe dell'unione fiscale 

 Dice Beppe Grillo che il Fiscal Compact devono pagarlo "Berlusconi, il pdexmenoelle, Napolitano e Monti", se lo vogliono. "M5S lo cancellerà". Per Grillo è uno dei bastioni della sua campagna elettorale alle europee, "Il Fiscal Compact, che taglierebbe la spesa pubblica dai 40 ai 50 miliardi all'anno per vent'anni in mancanza di una fortissima crescita, del tutto impossibile, è irrealistico", scrive il capocomico, "consegnerebbe l'Italia alla miseria". Posto che il fiscal compact va rinegoziato e che non è solo Grillo a chiederlo cerchiamo di capire perché il patto finanziario è stato o sarebbe necessario: sicuramente perché se vogliamo rendere l'euro forte ma non asimmetrico occorre combinare le politiche monetaria sovranazionali con la unione fiscale e non con tante politiche fiscali su base nazionale. In secondo luogo perché unita l'Europa è una potenza globale che senza l'unione fiscale è stata e può tornare ad essere preda della speculazione internazionale, soprattutto nei suoi anelli deboli. Con gli eurobond, l'Italia potrebbe competere a livello internazionale. Terzo, l'unione fiscale ci porterebbe a una più forte unione politica e ad economie integrate e più efficienti. Se è vero che problemi locali prevedono soluzioni locali, che strumenti fiscali del genere aumentano il rischio di deficit democratico nei Paesi membri e che l'armonizzazione fiscale ha un costo elevato per tutti, si può fare come Grillo e vedere il bicchiere mezzo vuoto annunciando l'uscita dall'euro, oppure cercare di capire luci e ombre della nuova Europa.

L'ASSE DELLA SPERANZA DA PECHINO A BEIRUT

L’asse della speranza da Pechino a Beirut, via Mosca, Teheran e Damasco 

La strategia degli Stati Uniti, ideata da Zbigniew Brzezinski, di supportare l’oscurantismo islamico per combattere sia i progressisti musulmani che la Russia, ha suscitato un’alleanza che gli resiste. Ora Cina, Russia, Iran, Siria e Hezbollah sono costretti a fare blocco per sopravvivere. Infine, osserva André Charny, la trappola scatta su chi l’ha tesa.Islam contro Islam…
Iran, Siria e Libano grazie ad Hezbollah e ai suoi alleati, considerati per anni dall’occidente fonte del male per il loro sostegno a ciò che l’occidente chiama “terrorismo”, non hanno mai finito di parlarsi. Dopo il trattamento individuale per ciascuno di essi in funzione delle divisioni politiche regionali, nasce un asse che dalle porte di Russia e Cina arriva a quelle di Tel Aviv. Quest’asse nasce dalla politica occidentale nella regione. Gli Stati Uniti, seguiti dai principali Paesi occidentali, hanno dichiarato che i loro interessi economici devono essere preservati a tutti i costi. Questa politica faziosa negli anni ha generato tensioni, conflitti armati e scontri che non finiscono di fare notizia. Tale politica continua è stata attuata con il sostegno di attori locali. Tuttavia, è accelerata dopo la caduta del muro di Berlino, vissuto come evento storico giustamente, ma segnando l’avvento di una strategia aggressiva e sprezzante in Medio Oriente. Scomparsa l’URSS, i Paesi della regione non potevano sperare in null’altro che rimettersi alla volontà occidentale, anche quella degli Stati Uniti. Invece di approfittare di tale posizione privilegiata di arbitro, questi ultimi e certi Paesi occidentali preferirono l’imposizione e il dominio sul “Medio Oriente allargato” attraverso interventi diretti in Iraq e Afghanistan, ma anche in Libano, Yemen e Maghreb con la dichiarata intenzione di intervenire in Siria e Iran. Gli Stati Uniti fin dagli anni ’70 , dopo la crisi petrolifera, devono controllare le fonti delle materie prime, in particolare il petrolio, nonché le rotte di queste risorse, perché ebbero l’amara esperienza di scoprirne la necessità vitale per la loro economia e il benessere dei loro cittadini. Le opinioni degli esperti si differenziano sulla valutazione delle riserve di gas e idrocarburi, ma l’idea rimane la stessa, la natura finita di tali tesori che si trovano, secondo loro, nelle mani di avidi beduini che non sanno utilizzarli se non per accumulare oro e finanziarsi passatempi e divertimento.
Nel momento in cui lo “scontro di civiltà” di Samuel Huntington sostituisce la guerra fredda, l’Islam è diventato per gli Stati Uniti il nuovo utile nemico, in qualche modo loro “alleato” contro l’Europa.  Pragmatici e opportunisti, videro nel movimento islamico un’”ondata” e scelsero di giocare la carta musulmana per controllare meglio le arterie dell’oro nero. Questo pericoloso alleato islamista venne percepito come utile ben prima dell’implosione del comunismo. Dagli anni ’70, gli Stati Uniti sostennero gli estremisti islamici, dalla Fratellanza musulmana siriana agli islamisti bosniaci e albanesi, dai taliban a Jama Islamyah egiziano. Si parlò addirittura di rapporti con il FIS (Fronte islamico di salvezza, diventato il violento gruppo “GIA”), in Algeria. Coccolarono i wahhabiti a capo della monarchia saudita pro-USA, che finanzia quasi tutte le reti islamiste nel mondo. Fecero gli apprendisti stregoni, e i movimenti fondamentalisti che credevano di manipolare spesso si rivoltarono contro il “Grande Satana” per raggiungere i loro obiettivi. Al contrario, gli Stati Uniti abbandonarono o vollero neutralizzare quei Paesi musulmani suscettibili di conquistare potere politico e relativa autonomia. Si pensi al presidente Jimmy Carter che abbandonò lo Scià quando l’Iran stava diventando padrone del suo petrolio. A ciò si aggiunse la volontà di schiacciare ogni accenno d’indipendenza intellettuale anche nei Paesi arabi laici come Siria, Egitto e Iraq.
Giocando con l’islamismo a scapito dei movimenti laici che potessero rappresentare un’alternativa all’Islam politico radicale, ridivenendo rifugio sicuro dopo ogni fallimento in questa regione. Tuttavia, tale “islamismo” ovviamente non deve essere confuso con la Repubblica “islamica” dell’Iran, che ha una storia atipica. Inoltre, diversi autori importanti sui movimenti islamici, a volte commettono l’errore di confondere la Repubblica islamica dell’Iran con gli islamisti, che non hanno nulla in comune tranne il preteso riferimento a Islam e sharia. La differenza fondamentale è la definizione stessa di Islam politico auspicato da ognuno. Fondamentalmente tutto li separa, e se è vero che gli statunitensi non fecero molto per salvare lo Shah, ciò fu giustificato secondo le loro ragioni strategiche, perché con loro l’Iran in nessun modo poteva diventare un grande potenza regionale. Ciò spiega perché, qualche tempo dopo la caduta dello Scià, gli Stati Uniti avviarono la guerra scatenata da Saddam Hussein contro il confinante, permettendo di rovinare gli unici due Paesi che potessero avere un’influenza decisiva nella regione del Golfo. Tuttavia, gli sviluppi in Iran dopo la guerra con l’Iraq gli permisero di diventare una vera potenza regionale, temuta in particolare da certe monarchie del Golfo, che da allora preferirono affidare la propria sicurezza all’occidente, soprattutto agli USA. Per contropartita, affidarono le loro “risorse” alle economie occidentali, finanziando attività e movimenti indicatigli dai servizi segreti di Washington.
Tali monarchie chiusero gli occhi sugli eventi in corso in certe regioni, come la Palestina, anche se dicevano di sostenere le aspirazioni del popolo palestinese. Furono tra i primi Paesi arabi ad avere contatti diretti e segreti con Israele, portando poi alla riconciliazione del movimento di resistenza palestinese con gli iraniani, che oggi appaiono essere gli unici disposti a difendere i luoghi santi dell’Islam con gli uomini di al-Quds, ramo delle Guardie Rivoluzionarie, e attraverso il loro sostegno ad Hamas. La magia statunitense si rivolse contro il mago. Il mondo arabo-musulmano deve rimanere per il Nord America un mondo ricco di petrolio da sfruttare a volontà, ma povero di materia grigia e tenuto nella totale dipendenza dalla tecnologia; un mercato di un miliardo di consumatori privi d’indipendenza politico-militare ed economica. Il giogo coranico, secondo loro, ne sostiene la povertà intellettuale.
Le regole del gioco
L’asse passando da Baghdad e Damasco avanza a scapito della strategia regionale di Washington. Era essenziale, negli anni, che questo asse adottasse alleati e partner, soprattutto per via delle sanzioni contro Iran e Siria. Inoltre storicamente la linea Damasco-Mosca non è mai stata interrotta nonostante la scomparsa dell’Unione Sovietica, nonostante il periodo tumultuoso attraversato dalla Federazione russa. Ma l’arrivo del Presidente Vladimir Putin, che aspirava a ristabilire il ruolo internazionale della Russia e a preservarne gli interessi strategici, non fu gradito dagli Stati Uniti. Da parte sua, l’Iran doveva sviluppare le relazioni con la Russia, divenendone alleato oggettivo nei negoziati con l’occidente sul programma nucleare. Anche la Cina ha rafforzato i rapporti con Teheran, soprattutto dopo l’embargo sull’economia iraniana. Queste due grandi potenze sono diventate, per forza di cose, le basi, se non le riserve strategiche, dell’”asse della Speranza”. E’ ovvio che ognuno ne tragga vantaggio, ma i russi e cinesi sono contenti di avere partner che agiscono da pedine contro i loro avversari storici, mentre approfittano del petrolio e del gas iraniani, e delle posizioni strategiche offerte dalla situazione in Siria rispetto alle posizioni avanzate degli Stati Uniti. Nel suo libro La Grande Scacchiera, l’America e il resto del mondo, pubblicato nel 1997, Zbigniew Brzezinski, ex-consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, molto influente negli Stati Uniti di Clinton, rivela con franchezza le ragioni ciniche alla base della strategia islamica del suo Paese. Secondo lui, la sfida principale degli Stati Uniti è l’Eurasia, il vasto spazio dall’Europa occidentale alla Cina passando per l’Asia centrale: “Dal punto di vista americano, la Russia sembra destinata divenire un problema…“
Gli Stati Uniti dunque sono sempre più interessati a sfruttare le risorse della regione e a cercare d’impedire alla Russia di avere la supremazia. “La politica degli Stati Uniti ha anche lo scopo d’indebolire la Russia e privare di autonomia militare l’Europa. Da qui l’allargamento della NATO verso l’Europa centrale e orientale al fine di sostenere la presenza degli Stati Uniti, mentre la formula della difesa europea capace di contrastare l’egemonia americana sul vecchio continente comporterebbe un ‘asse anti-egemonico Parigi-Berlino-Mosca‘”. Infatti, attraverso le loro scelte, gli statunitensi sembrano essersi sbagliati su tutti i fronti utilizzati come basi per conquistare i giacimenti di petrolio e gas, ottenendo cocenti fallimenti politici. Riguardo gli europei occidentali, hanno praticamente abbandonato ogni strategia affidando la loro politica estera agli Stati Uniti. Anche se cercano di salvare la faccia con certe pose, sanno che non sono loro a comandare. Il recente esempio di François Hollande e Laurent Fabius che giocano alla guerra è lampante: hanno dovuto ripiegare rapidamente, comprendendo che i negoziati tra Lavrov e Kerry prevalgono sui loro annunci roboanti.
La risposta della tigre
Prendendo atto del fallimento delle loro manovre, gli statunitensi intendono alzare la tensione contro le autorità russe, decise ad opporsi mentre la Cina rimane appostata valutando la situazione, ma riluttante a fidarsi di Washington… Ricordiamo che la Cina è interessata tanto quanto la Russia al Medio Oriente: il primo segno d’interesse risale al 1958, durante la crisi in Libano che portò allo sbarco statunitense sulle coste libanesi, intervento cui si oppose aspramente, ben più dell’URSS. Tali manovre statunitensi sono particolarmente ben rodate, essendo un meccanismo relativamente semplice; si creano presunte ONG per i diritti umani, incoraggiando certi “allarmisti” e fornendo una sede ad oscuri oppositori senza spessore, creando nel momento opportuno le condizioni per destabilizzare un Paese. Questo è un lavoro che si prepara per anni. Fu sperimentato durante la Guerra Fredda, l’esempio più eclatante è il Cile, continuando fino ad oggi con le famose “rivoluzioni colorate” e, più recentemente, con la “primavera araba”. Le stesse azioni sono in preparazione in altri Paesi che appariranno sui titoli di giornale, specialmente in Azerbaijan. E’ in tale contesto che scoppiarono le “manifestazioni” in Iran nel giugno 2009, con il pretesto del condizionamento dell’elezione del Presidente Mahmud Ahmadinejad. La Repubblica islamica dovette affrontarle per quasi nove mesi. Hezbollah inoltre subì l’attacco israeliano per 33 giorni e un nuovo complotto del governo per privarlo dello strumento direttamente correlato alla sua sicurezza, cioè la rete di comunicazione. La sua risposta rapida ed efficace del 7 maggio 2008 fu considerata dai cospiratori un affronto, essendogli stata resa la pariglia!
Non restava dell’”Asse della speranza” che la Siria, cui venne intimato dagli statunitensi che se non rompeva i rapporti con Iran ed Hezbollah, avrebbe subito la sorte degli altri Paesi arabi colpiti dalla “primavera”, che invece di portare le rondini della democrazia, portava i corvi del terrore e dell’instabilità. E’ in questo contesto che le famose “rivoluzioni colorate” colpiscono la Russia attraverso l’esempio ucraino. Queste rivoluzioni hanno fatto perdere alla Russia la maggior parte del suo campo strategico. Furono utilizzate dall’Europa (UE), che vuole accogliere gli ucraini con la promessa di migliori condizioni economiche e di aiuti. Ma in realtà, tali eventi hanno permesso agli Stati Uniti d’imporre basi militari alla periferia di Mosca. All’epoca la Russia, indebolita da un potere che non aveva né ambizione né spessore, non poté rispondere. La Russia di oggi non può accettare che ciò si riproduca in Ucraina. Ciò spiega la sua reazione immediata. La sua reazione è, nonostante le apparenze, conforme agli esempi in Medio Oriente, dato che l’idea è dire che la democrazia non si esercita nelle piazze, ma conquistandosi i voti. Se l’opposizione vuole prendere il potere, dovrebbe farlo con le elezioni. Al di là di ciò, la Russia, appena uscita dall’aggressione in piena regola delle milizie cecene che hanno portato morte e terrore nel suo territorio, con il sostegno finanziario di certe monarchie del Golfo, ovviamente difende i suoi interessi. Questo spiega la velata minaccia dei sauditi: “Potremmo evitarvi la minaccia del terrorismo a Sochi, se abbandonate la questione siriana”. Gli è stato riposto con irricevibilità, ovviamente. In ogni caso, tutto ciò dimostra sia il ruolo delle monarchie del Golfo che l’uso dei movimenti islamisti nel sostenere occultamente la politica degli Stati Uniti di destabilizzazione di certi Stati, ritenendo di crearsi condizioni favorevoli nella regione.
L’asse Beijing-Beirut, via Mosca, Teheran e Damasco potrà solo divenire più forte. Si tratta per ognuno di essi di sopravvivenza. Secondo un proverbio orientale: “Non mettere nell’angolo un gatto, rischi di vederlo trasformarsi in una tigre”, ma se si vuole mettere nell’angolo una tigre? Certamente nessuno vorrebbe sapere la risposta.

domenica 9 marzo 2014

SONDAGGIO DATAMEDIA /SODDISFATTI GLI ESPONENTI DEL PD

Sondaggio Datamedia Ricerche per Il Tempo: vola la fiducia in Renzi. Soddisfatti gli esponenti del Pd 

Il sondaggio dell’Istituto Datamedia ricerche per Il Tempo pubblicato questa mattina, mostra chiara ed evidente la crescita del premier nella fiducia degli italiani: con un +7% in una settimana, l’effetto Renzi è confermato e l’ondata positiva investe anche il Partito Democratico che guadagna l’1,3% nella corrente rilevazione.
Molti esponenti del Pd hanno accolto favorevolmente i risultati. A partire da Massimiliano Manfredi che, sul suo blog commenta: “Il lavoro del premier Matteo Renzi è evidentemente apprezzato dagli italiani. Il sondaggio di Datamedia Ricerche per Il Tempo che oggi vede crescere la fiducia nel primo ministro di 7 punti in 7 giorni (passando dal 48 al 55%) ne è la riprova”. “Una sferzata d’aria nuova , una forza propulsiva unica nelle riforme e la volontà di lavorare per il Paese, questo è quello che muove Renzi ed il suo esecutivo e gli italiani lo hanno capito. L’Italia #cambiaverso” conclude.
Gli fanno eco anche i deputati del Partito democratico Lorenza Bonaccorsi, Federico Gelli ed Ernesto Magorno che commentano: “La politica non perde occasione per polemizzare contro Matteo Renzi, anche con critiche preventive, ma intanto la fiducia degli italiani nel premier cresce. E’ il segno che il nuovo governo e’ sulla strada giusta”. “Il sondaggio di Datamedia conferma il dato – spiegano i deputati Pd – che prevale da alcuni giorni nelle rilevazioni: la fiducia in Renzi aumenta, e’ cresciuta di 7 punti in 7 giorni. Si tratta di una grande responsabilita’, che mostra le grandi aspettative che gli italiani ripongono nel nuovo esecutivo e nel presidente del Consiglio. E’ l’ultima chiamata per un parlamento che fino a un mese fa era paralizzato: chi soffia sul fuoco, anche dentro la maggioranza, ne tenga conto. I sondaggi positivi per il premier hanno anche un altro significato: non e’ certo Renzi ad avere paura delle urne”.
Commenta il gradimento per il Presidente Renzi, anche  il senatore Claudio Moscardelli  che spiega: “cresce in tutti i sondaggi, a dispetto dei pregiudizi di qualcuno”. “L’ultima rilevazione di Datamedia registra un aumento della fiducia di 7 punti. E’ un dato destinato a non fermarsi-sottolinea il parlamentare-, perchè Renzi ha ben chiaro che il Paese si aspetta una svolta sulla crescita economica e sul lavoro. La prossima settimana il Consiglio dei ministri varerà importanti provvedimenti per il jobs act, la casa e l’edilizia scolastica. Si preparino i gufi, la fiducia per le politiche del governo crescerà ancora”. 
                                    


IL FALLIMENTO DI UN' IDEA CIAMATA EUROPA

Il Fallimento di un’Idea chiamata “Europa” 

La società civile europea, in ognuna delle nazioni, è perfettamente cosciente della provvisorietà della sua situazione. La storia in europa non è terminata, tale compimento è immaginabile solo presso i popoli che incarnano un’ideologia – per natura impaziente, per natura isolata dalla realtà, per natura convinta che il popolo in questione è fin d’ora pervenuto alla fine dei tempi.
Siamo un popolo che ha una coscienza escatologica, siamo gli eletti della nostra Heilsgeschichte.
Non è questo però il caso delle nazioni europee, immerse nella storia: esse sanno che lo stato non ha molto a che fare con il museo delle antichità caro a Friedrich Engels e sanno pure che la Chiesa è capace di giocare su parecchi piani. E poi, gli europei che pensano sanno anche perfettamente che il segreto della politica è questo gioco su diversi registri istituzionali, che il più machiavellico degli uomini di Stato è assoggettato alle forze della storia, forze di cui non è mai veramente padrone.
Nel momento della disfatta della concezione teocratica (a Mosca) e nel momento dell’apparente vittoria della concezione liberale (a Washington), l’europa dice sottovoce a se stessa che la seconda seguirà la prima nell’oblio e – di conseguenza – che non bisogna contare troppo sull’immortalità della società civile in quanto futura linea di forza e modello.
Ma c’è di più. All’orizzonte dei decenni che si aprono davanti a noi, si profila una sorta di campo di battaglia tra la concezione liberale di tipo americano e la concezione nazionale. E’ segno di buona educazione scommettere in favore della prima i cui prodotti palpabili sono ingurgitati fino al vomito. Dentro di sé, l’europa sa che sono cose effimere, che Vico e Hegel avranno l’ultima parola perché la loro tesi distingue tra corsi e ricorsi, tesi e antitesi. E’ sempre la dialettica – concetto essenzialmente europeo – definito già da Eraclito ed Empedocle nella notte dei tempi.
In questo campo di battaglia, la nazione deve prevalere sull’internazionalismo, che – nella sua versione moscovita o americana – equivale alla morte dell’europa. Convegni, tavole rotonde, conferenze, opere sono consacrate a questo tema, il che è segno di una inquietudine, di un’incertezza.Dietro a questo fenomeno, ci sono sei decenni di propaganda sorniona contro l’idea di nazione e per l’internazionalismo che dissolve le identità, cancella i simboli ed instaura il regno della merce e delle nozioni riducibili a slogan. Questa è l’ultima parola del liberalismo che ha dietro di se un potente motore, l’America.
Perché l’egemonia della società liberale ha dei limiti nella durata. A dire il vero, vale anche per lo stesso liberalismo. Ma, l’uno o l’altra, sono rafforzati dagli Stati Uniti che ne sono tanto più sostenitori in quanto non hanno mai conosciuto altro, un’altra combinazione, un altro regime, un’altra concezione politica, un’altra idea.
Essi mettono in opera tutta la loro energia per creare un pianeta cosiddetto liberale, per la maggior gloria del loro modello, della loro formula. E’ dunque una lotta mortale tra un’America liberale ideologicamente monocroma e un’europa accogliente delle differenze, delle immaginazioni, delle culture: in una parola, delle nazioni.Una volta stabilito che parlare di un modello equivale - per l’europa – al suo asservimento (perché l’europa non è una e non ha bisogno di modelli, altro termine per designare l’uniformità), torniamo indietro per esaminare quello che l’America riserverebbe ad un continente omogeneizzato.Ho sottolineato, come un dato estremamente importante, il fatto che l’America – al contempo - ignori la storia e sia indottrinata a concepirla solo in termini di mali che bisogna soprattutto evitare e che i suoi antenati hanno evitato, appunto. Gli stessi padri fondatori conoscevano solo una storia aggiustata secondo le loro idee: quella delle libertà britanniche contro l’arbitrio regio e degli annali di Roma che li avvertivano dei pericoli che il Senato correva di soccombere al principato dei Cesari. Fin dall’inizio – di conseguenza – la storia degli Stati Uniti si sviluppa sulla base del principio di combattere sempre il regio-cesareo, cosa che i dirigenti del paese realizzarono estendendo la democrazia liberale fino ai limiti del grottesco: svestirsi in pubblico è assimilato alla libertà politica del cittadino, bruciare la bandiera anche.Non rimane dunque più spazio per il buon gusto, la decenza, le buone maniere, per la morale ed il patriottismo: tutto deve cedere, tutto deve essere misurato alla stregua dell’atto individuale, del capriccio, del volgare. In poche parole, all’arbitrio di Cesare si è sostituito quello dell’uomo medio. L’uno è destabilizzante e demoralizzante quanto l’altro.
Ciò che resta come criterio di tutti i comportamenti, è l’efficacia-successo del business, terreno neutro, quello della redditività. I valori americani scaturiscono dall’intesa su questo minimo denominatore che i portavoce del liberalismo - perfetti conoscitori della materia – formulano e giustificano.
Cosa dicono Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek, Karl Popper, tutti europei maturati, per buone ragioni, in America, rappresentanti di quelle tentazioni che furono state rimosse dal suolo dell’europa?
Questi economisti liberali ed i loro interlocutori filosofici, affermano che la nazione è un’idea vaga, che l’uomo appartiene solo a se stesso, che l’appartenenza ad una razza, ad un linguaggio, ad un paese è secondaria (Mises) e che le frontiere sono obsolete perché solo la mobilità della merce conta. Hayek vede il grande merito del libero mercato nel fatto che non riconosce alcuna finalità (società liberale priva di telos), se non la felicità personale.
Ma quale tipo umano produce questa formula che si dice non ideologica? La risposta ce la fornisce Henri Lapage ne “Pourquoi la propriété“. Una vera e propria truffa intellettuale perché la sua formula è fondata sull’irreale, su una contro-verità. Tranne alcuni stravaganti irresponsabili, nessuno può sostenere che l’uomo non dipende da nessuno perché – in verità – lungo tutta la sua vita egli dipende dagli altri, da persone fisiche o morali: nella sua famiglia, la sua istruzione, il suo lavoro, la sua vita sociale, nell’utilizzazione del suo stesso linguaggio (quest’ultimo, quello che l’idea europa non ha mai avuto né potrà mai avere).
La vita in comunità è fondata su un ordine sociale già esistente con diritti ed obblighi radicati nella natura umana. La teoria del contratto, base e principio del liberalismo ed avente la sua origine in Hobbes piuttosto che Rousseau, dissolve i legami diversi da quelli dell’interesse materiale e momentaneo di ciascuno ed instaura delle partnerships tra uomini estranei gli uni agli altri e che restano tali.
E’ quindi evidente che gli Stati Uniti non “vendono” unicamente un sistema economico o un modello sociologico, ma una visione totale del mondo che costituisce un blocco. In questo monolito ideologico, il capitalismo figura allo stesso titolo della cultura di massa. E le pratiche ugualitarie, allo stesso titolo del pluralismo. Sarà bene sottolineare che il popolo che vuole “acquistare” il modello americano, porta via egualmente gli accessori, essendo la merce indivisibile. Prendere o lasciare, ma – appunto – non c’è scelta: bisogna prendere. La merce arriva in un pacco ben confezionato: il sex-shop così come il diritto per lo studente. Uguale.
L’europa è costretta a fronteggiare una situazione simmetrica a quella che la sua metà dell’Est ha conosciuto sotto il regime marxista. Teocrazia marxista e liberalismo americano rappresentano una rottura d’equilibrio: in favore dello Stato o in favore della società civile. Con l’arretramento del primo modello, il secondo accumula degli atout.“La scommessa di due secoli è vinta, il pianeta si installa in uno dei modelli, la storia ormai si ferma“, ecc. – Fukuyama ripete ciò che disse Stalin nel 1934! Dopo 17 anni di regime sovietico, questi dichiarò che la storia finiva e che in futuro sarebbero bastati piccoli aggiustamenti al vertice – ossia da parte del Politburo – per far funzionare la grande macchina comunista lanciate sulle sue rotaie.
Abbiamo a che fare con un’escatologia laica. Anche l’impero romano-germanico medievale credeva di essere – è bene ricordarlo – “fine della storia“, sfociante direttamente nella salvezza in quanto parte della storia sacra. Hitler, in fondo, con il suo Terzo Reich che doveva durare mille anni, non ragionava diversamente.
Ciò che soprattutto ci interessa, è che il millenarismo gode di buona salute e che un impero considerato pragmatistico e mercantile, pensa se stesso secondo lo schema di tutti gli altri imperi ideologici passati e presenti.
Questo avvenire escatologicamente concepito, bloccò infatti nel XIX secolo l’appellativo di nazione, come blocca nel XXI secolo l’appellativo di impero. Il fatto è che questi due concetti si inseriscono sempre nel corso della storia, non ne propongono affatto la fine.
Infatti, gli Stati Uniti non sono né una nazione né un impero: tendono le braccia (come la loro statua all’ingresso di New York) verso l’umanità accogliendo tutti i membri o – dovrei dire – ogni unità perché l’arrivo su quei lidi abolisce automaticamente sia il passato sia le sue distinzioni.
Più importante del passato c’è l’avvenire, l’edificazione di un’umanità nuova, fondata su altri postulati e che fissa il suo sguardo su un altro orizzonte. Perciò gli Stati Uniti sono costretti ad inventare concetti di coesistenza nuovi che mostrino la novità dei rapporti tra gli uomini. Il termine più adeguato è ancora “società“, mentre la storia di questa società cede all’espressione american experience.Termine che suggerisce l’apertura a sempre più democrazia, uguaglianza, pluralismo e benessere. Mosca non diceva nulla di diverso quando i corifei del Kremlino distinguevano accuratamente tra la fase intermedia “socialista” e la fase ultima “comunista“: dove tutte le imperfezioni e le contraddizioni avrebbero trovato il loro rimedio.
In europa, le radici classiche e cattoliche sono più potenti di quanto non si pensi e lo Stato-nazione è il loro prodotto. Come dire che – malgrado le apparenze – le società civili in europa sono inquadrate dallo Stato e che il sentimento nazionale è conservato con l’aiuto spontaneo degli avvenimenti stessi.
Inutile negare che, sotto la pressione dell’ideologia liberale e della struttura sociale da essa realizzata, l’indebolimento di queste forze – statale, nazionale e religiosa – prosegue, con sforzi sempre rinnovati. Tuttavia, per quanto quasi sotterranee, le forze tradizionali continuano a resistere alle devastazioni dell’ideologia liberale animata da velleità totalitarie.
Il liberalismo ci fornisce ogni giorno prova di quanto le sue ambizioni superino il terreno dell’economia, lanciandosi alla conquista della società civile in un primo tempo, poi dello Stato e – per finire – della Chiesa.
Nel corso di questo processo, il liberalismo si è pensato sempre di più come una formula di abolizione della storia. Dunque, come un’escatologia, una religione laica. Questo processo si è evoluto parallelamente con il marxismo e non è escluso che la lotta mortale contro quest’ultimo, accelererà la maturazione liberale dando luogo a forme eccessive, americane.
Ora – più il modello americano è considerato esclusivo, del successo di ogni cosa – più i paesi che l’adottano, saranno condizionati ad uscire dal loro quadro nazionale. Il pericolo, un pericolo dalle dimensioni storiche è imminente e si potrebbe dire che il secondo atto di un’impresa – che fu prima marxista – è mirante ad abolire le forze che resisteranno al rullo compressore del materialismo livellatore.
In ultima analisi, lo spirito del secolo, se non della modernità, è stato questo:
cambiare la condizione umana e la storia con l’ausilio di due potenze ideologiche, estranee all’europa, ma che si sono assegnate il compito di alienare l’europa da se stessa. 

Il grande metodo consiste in una dissoluzione del doppio quadro del pensiero e delle sensibilità formate dallo Stato-nazione e dalla religione-Chiesa. Il pretesto del loro smantellamento è il fatto che l’uno e l’altro hanno generato nel corso della storia forme eccessive. Hanno fatto altrettanto, liberalismo e socialismo a partire dalla loro posizione di forza. Tutto ciò che è umano aspira al potere (libido dominandi): questa tendenza non è appannaggio di una sola scuola di pensiero, di un solo movimento. Resta da sapere quali sono i mezzi di resistenza al maremoto ideologico che – tramite marxismo e liberalismo – infierisce sull’europa. Perché, affermare che è uno Zeitgeist al quale sono stati fatti indossare tanti abiti, non vuol dire niente.
Il marxismo lo è stato nel 1930 – benché abbia dovuto dividere il proscenio con il fascismo – e il liberalismo ha già 150 anni dietro di sé. Il cambiamento non avverrà dall’interno del sistema, dalle sue cosiddette contraddizioni. Al contrario: gli avvenimenti dell’Est lo dimostrano.
Con l’aiuto di una propaganda incessante, assieme agli utili idioti non pensanti del popolo, l’ambiente imperante ci persuade che il sistema – qualunque sistema si conosca dall’interno - è naturale quanto la natura – e che le cose sono così e non altrimenti. Il cambiamento avviene dall’esterno: nel caso dell’europa, dalla sua parte orientale.Un Brzezinski, un George Pilder, un Peter Drucker – per esempio – si ispirano al miracolo tecnologico e tecnostrutturale, preconizzando un pianeta le cui “unità” non saranno più nazioni, imperi e popoli sovrani, ma banche giganti, transnazionali, laboratori elettronico-spaziali. Ecco ciò che soddisfa l’immaginazione della destra-sinistra: una sorta di ritorno della dottrina di Saint-Simon, fusa con le trovate di Marshall McLuhan.
Tutte le tendenze utopistiche dei secoli passati si ritrovano e si spalleggiano in questa nuova e meschina ideologia che – nel migliore dei casi – si ispira a Jules Verne.
Il caso degli Stati Uniti è quello di una società (né Stato, né religione, né spessore storico) isolata dal pianeta, creata con l’intenzione di salvare il genere umano dal peccato e dai suoi frutti: miseria, malattia e servitù.
Si tratta dunque di un’ispirazione religiosa (calvinista), della trasposizione del trascendente nell’immanente, del sacro nel profano. Il contenuto originario della fede è svanito, ma lo zelo del missionario resta intatto: invece di condurre gli uomini a Dio, bisogna condurli alla democrazia. Avviene qui un malinteso tragicomico.Questa democrazia non è ateniese, nemmeno giacobina, non è proprio una nozione politica.
E’ imposta come vissuto, una virtù, un modo di vita ed un modo di essere. Democrazia della famiglia, nell’aula scolastica, in chiesa, nei gruppi e nelle associazioni, nelle procedure giudiziarie. Al contrario, la parola demonizzata sarà l’autorità, perché “in nome di cosa esercitarla“?
Da qui: uguaglianza, livellamento, uniformazione, spersonalizzazione, demitizzazione. Ne conseguono: rapporti umani resi asettici seguendo le formule in voga, un conformismo immediato e totale perché il “non conformista” diventa ipso facto immorale, insano, peccatore, maturo per l’ostracismo. Ieri era ritenuto troppo incline al sesso, oggi non abbastanza.