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sabato 4 maggio 2013

E' ORA DI FINIRLA

E’ ora di finirla  

Gentile Enrico Letta,
abbiamo ascoltato le sue parole: sempre equilibrate, sottili, intriganti, a volte velleitarie, poi orgogliose, infine vuote, come quelle di qualsiasi governo che entra in carica. Cosa aspettate? L’Estate – come sempre – per poter fare le varie leggi-porcata come usualmente v’adoperate?
Mi dispiace, non avrete più il beneficio dell’assenza degli italiani perché occupati in ameni giochi sulla spiaggia: sulle spiagge ci sarete solo voi, insieme al 10% della popolazione che possiede il 50% della ricchezza nazionale. Oramai, siamo allo stremo: se ci saranno vacanze, saranno di pochi giorni – magari col treno – per lo più a trovare qualche amico. Alberghi, residence, stabilimenti balneari, bar, ristoranti...sono attesi dalla stagione turistica più buia del dopoguerra: anche questo un bel risultato della vostra classe politica.
In campagna elettorale avete promesso la luna, poi “v’è toccato” fare il governo con Berlusconi – affari vostri – ma l’elettorato italiano s’era espresso in modo ben diverso: due italiani su tre s’erano espressi per un governo di radicale rottura con il passato. Invece.
Ci si potrà incolpare all’infinito – se il rifiuto è iniziato da Grillo o da Bersani, se è continuato con Bersani e terminato con Grillo – ma non andremo da nessuna parte: fatto è che, adesso, Berlusconi vuole l’eliminazione totale dell’IMU, per godere di un successo indiscusso e mettervi all’angolo.
Se concederete al Cavaliere questo privilegio – lei lo sa bene – non resterà altro: tutte le risorse saranno prosciugate dal taglio di 12 miliardi dell’IMU e, la società italiana, non ne avrà quasi nessun beneficio. Perché?
Prima di continuare, ricordiamo ai meno attenti che fu Prodi, nel 2006, ad eliminare l’ICI sulle prime case e sui redditi più bassi. Dopo, giunse la famosa stoccata televisiva di Berlusconi – ovvio, i suoi amici palazzinari erano rimasti a bocca asciutta ed il suo elettorato lo richiedeva a gran voce – così, siccome ogni promessa è debito, si passò subito all’incasso, delegando al tandem Tremonti-Brunetta il compito di trovare i soldi. S’era nel 2008 e la crisi arrembante veniva negata: i ristoranti sono pieni – raccontava il Berlusca – certo, per i soliti noti.
Brunetta e Tremonti trovarono nella Gelmini la vittima sacrificale – una che nemmeno sa cos’è un neutrino e fa il Ministro dei Tunnel...pardon dell’Istruzione – una persona viscida ed incompetente, pronta a tutto per compiacere il suo patron Berlusconi. Anche a triturare la scuola italiana.
Difatti, arrivò la “riforma Gelmini” – la quale, altro non era che il diktat Brunetta-Tremonti – che la Gelmini controfirmò subito: la lesse? Dubitiamo.
Con gli 8 miliardi “risparmiati” sulla scuola non si pagò più l’ICI: tutti contenti, soprattutto quelli che vanno in giro sulla Porsche Cayenne. Gli altri, già non la pagavano più.
Quale fu il prezzo della riforma Gelmini e, poi, di quella Fornero sulle pensioni? E’ presto detto.
Il penultimo posto in Europa per quanto riguarda le competenze informatiche e di comunicazione, ed l’ultimo al mondo per quanto riguarda l’età media dei docenti: il nuovo ministro dovrebbe fare un giro nelle scuole, così potrebbe vedere in cattedra una generazione nata quando ancora nelle campagne c’erano i cavalli da tiro, una via di mezzo fra i suoi genitori ed i suoi nonni. Sono disperati, non più in grado d’interloquire con i ragazzi i quali – i famosi “nativi digitali”, mi scappa una risata – sono bravissimi a navigare su Facebook, un po’ meno se qualcuno gli chiede di sistemare l’indice di un database.
Ma l’ICI fu salva e la promessa di Berlusconi al suo elettorato mantenuta.
Oggi, caro Letta, le chiediamo di far tornare il Ministero dell’Istruzione (possibilmente Pubblica) un dicastero col portafogli: le “prassi” della controfirma d’ogni decreto che abbia valenza economica dei ministri della Funzione Pubblica e dell’Economia vanno eliminate. Ossia, se ne discuterà in Consiglio dei Ministri, altrimenti il ministero dell’Economia sarà sempre “maior” e gli altri “minus”.
Infine, non ce ne frega nulla del Bildenberg, della Trilaterale, dell’Aspen Institut e di tutti gli altri consessi dei quali lei fa parte: chi l’ha votato l’ha fatto credendolo un parlamentare italiano, non un elemosinante in giro per l’Europa. Come? Ce lo chiede l’Europa? Chiedete all’Europa cosa succederebbe se l’Italia chiudesse i battenti e se ne andasse. Lo sa, vero?
Da ultimo, non passi sotto silenzio gli ultimi avvenimenti: quell’uomo – disperato – che si è messo a sparare all’impazzata in Piazza Colonna. E’ un segno dei tempi: gli italiani – disperati – non sanno più come richiamare la vostra attenzione.
Fate una legge proporzionale e basta – mediante la quale possiamo contarci – senza sbarramenti ed altri trucchi, e nemmeno c’ammansisca più in salsa tartara l’abolizione delle Province, perché tutti sappiamo che, senza prima una revisione delle competenze, non è possibile farlo. E le Regioni ed i colossali buchi nei bilanci della sanità?
Tolga l’IMU sulla prima casa, dia la pensione agli esodati ed a quelli della scuola che ne avevano già maturato il diritto, e riveda radicalmente la riforma delle pensioni e del lavoro. Le risorse le troverà nell’abolizione dei sussidi elettorali, nei risparmi sugli F-15, sull’abolizione delle missioni “di pace” all’estero, sul taglio degli stipendi e delle pensioni d’oro di parlamentari, ministri, consiglieri regionali, provinciali e sindaci. Norma retroattiva: per noi sono sempre retroattive!
Dunque, se Berlusconi se ne vuole andare e far cadere il governo, lo lasci pur andare, rimetta la delega e torniamo a votare: Napolitano dovrà rassegnarsi e rimanere in carica oltre i cento anni.
Altrimenti? La prossima volta non so chi, ancora, prenderà qualche voto, Grillo compreso.

STATUTESI PER LA RICOSTRUZIONE DEL MUOS

La scorsa settimana l’avvocatura di Stato, per conto del ministero della Difesa, ha impugnato la revoca dell’autorizzazione ai lavori statunitensi per la costruzione del MUOS disposta il 29 marzo scorso dal governatore siciliano Rosario Crocetta. A Niscemi, intanto, cresce la tensione.

La scorsa settimana l’avvocatura di Stato, per conto del ministero della Difesa, ha impugnato la revoca dell’autorizzazione ai lavori statunitensi per la costruzione del MUOS disposta il 29 marzo scorso dal governatore siciliano Rosario Crocetta. È questo uno degli ultimi atti e il ricordino lasciato dal governo nazionale uscente. Un atto che la dice lunga sulla volontà del governo Monti di difendere sino alla fine con un comportamento scorretto, illogico e contraddittorio delle posizioni insostenibili e l’interesse degli Stati Uniti.
Incoerenze, menzogne, contraddizioni, sberleffi ad un’intera nazione che riacutizzano una crisi istituzionale e l’ennesimo braccio di ferro tra il ministero, che sostiene con tutti i mezzi le ragioni del governo statunitense, e la Regione che si trova a difendere degli interessi locali ergendosi paradossalmente a paladino della legalità di leggi nazionali. Un’altra storia all’italiana che se non fosse per la portata e l’importanza delle tematiche in gioco potrebbe essere considerata una farsa.
Ecco l’ingarbugliato quadro venutosi a determinare a seguito dei recenti sviluppi di questa vicenda interminabile che continua ad intersecarsi tra l’attivismo della cittadinanza, gli atti amministrativi “ping-pong” tra istituzioni locali e nazionali e una difesa spudorata della militarizzazione statunitense del nostro territorio.
Così, esiste un accordo tra il governo regionale siciliano e quello nazionale per sottomettere l’intera faccenda Muos a nuovi studi e nuove e analisi da parte dell’istituto nazionale di Sanità, ciò che ha dato vita ad una sospensione dei lavori all’interno della base sino al 31 maggio. È bene ricordare, a tal proposito, che al momento, e contrariamente a quanto stabilito in principio, nel gruppo di lavoro sono inspiegabilmente esclusi i tecnici indicati e designati dalla Regione Sicilia e dai comitati no muos; in secondo luogo, è bene altresì ricordare che i lavori nella base non si sono mai davvero arrestati e del resto i blocchi e gli scontri delle ultime settimane sono la risultante della protesta dei manifestanti di fronte all’irriverente e prepotente non stop statunitense malgrado le decisioni prese da atti amministrativi delle istituzioni italiane. 
In tale contesto inoltre, quello stesso governo Monti che per un verso dà la propria approvazione a nuovi studi e alla sospensione dei lavori, agisce parallelamente impugnando al TAR la revoca della autorizzazione del governatore Rosario Crocetta. È conflitto tra Stato e Regione. “Trovo veramente singolare che il ministero abbia deciso di ricorrere al Tar anche perché lo stesso ministro ha partecipato all’incontro tra i governi regionale e nazionale, che hanno deciso la sospensione dell’installazione delle parabole, subordinando il proseguimento di tali lavori alla realizzazione dello studio sulla salute umana e la valutazione sull’impatto ambientale.” dichiara adirato il presidente regionale.
Sebbene la sospensione e la revoca dei lavori siano ovviamente due cose diverse, aventi risultati e obiettivi finali evidentemente diversi, quanta coerenza, quanta correttezza e quanta credibilità sono attribuibili al precedente governo nazionale con il suo agire nella questione Muos?
E il governatore siciliano continua. “Trovo veramente assurdo questo comportamento, e trovo assurdo che un ministero pretenda da una regione comportamenti contrari alle normative vigenti.”
È chiaro il riferimento alle norme nazionali che prevedono l’obbligatorietà di studi d’impatto ambientale e quelli sulla salute umana previamente alla realizzazione di qualsiasi opera o impianto sul territorio italiano. E che dire di una base militare costruita in una riserva naturale, dichiarata Sito di Interesse Comunitario (SIC), con tanto di divieto assoluto di edificabilità?
Più cresce l’incoerenza degli attori istituzionali e la difesa indifendibile dell’interesse americano e più cresce la tensione a Niscemi. S’infiamma e riesplode la protesta alla quale si sono aggiunti anche i nonni no muos che alcuni giorni fa, insieme altri attivisti, sdraiati per terra per protestare contro l’ennesimo passaggio di mezzi diretti alla base, sono stati sollevati di peso dalle forze dell’ordine. Tafferugli, scontri, blocchi, sgomberi forzati sono divenuti la quotidianità in Contrada Ulmo e nella Riserva della Sughereta.
Nel frattempo salgono le preoccupazioni tra gli attivisti dei comitati no muos che lavorano senza sosta per richiedere al governo regionale la modifica del decreto regionale del 5 settembre 2012 dell’Assessorato Territorio e Ambiente in materia di tutela alla salute della popolazione. Tale atto, decretato con un invidiabile opportunismo dal precedente governo regionale siciliano, poco prima delle elezioni dell’ottobre 2012, sembra un provvedimento fatto appositamente per salvare la base di Niscemi e il progetto MUOS perché esclude gli ambiti militari dalla tutela della salute della popolazione relativamente all’inquinamento atmosferico e all’applicabilità dei limiti alle emissioni elettromagnetiche. Di fatto il governo Lombardo ha ribaltato ad arte la legge quadro nazionale vigente in materia.
Restano dei vuoti, delle ombre, delle zone grigie, delle mani lunghe invisibili e delle oscurità che aleggiano tutt’intorno al MUOS. E se il braccio di ferro deve continuare e se lo scontro Stato-Regione è ormai evidente e dovrà proseguire, il popolo no muos si chiede come mai, così come già accaduto lo scorso ottobre, la procura di Caltagirone non attua nuovamente il sequestro del cantiere Muos, visto la revoca della Regione e il non rispetto del fermo ai lavori.
In tali scenari, in attesa che si esprima il TAR, il prossimo 10 maggio, e mentre il Comune di Niscemi approva all’unanimità un eventuale intervento legale “ad opponendum” contro il ricorso del ministero della Difesa, si attende il posizionamento e l’azione in merito al Muos del nuovo governo Letta.



SANITA' I DATI FAMIGLIE SEMPRE PIU POVERE

Sanità, i dati sulle esenzioni dai ticket per reddito parlano chiaro: famiglie sempre più povere 

Sono i dati rilevati dall’analisi dell Ministero della Salute sulle ricette di specialistica ambulatoriale a dimostrare delle verità importanti.
Il boom delle esenzioni registrate – parliamo di una media nazionale pari al 70% delle ricette – rendono note le condizioni gravi in cui si ritrovano le famiglie italiane.
Si tratta di cittadini sempre più poveri. Tra queste esenzioni infatti poco meno della metà, ovvero 67 milioni su 144 milioni, sono  legate al reddito.
Queste cifre evidenziano gli effetti discriminatori dei ticket elevati e delle liste interminabili di attesa, ma anche le minacce gravi che incombono su cure e prestazioni in termini se ci rfieriamo all'equità e all'adeguatezza.
E sull'evasione fiscale? Una parte dei pazienti esenti lo risultano per una parziale o totale evasione.
E’ doveroso dunque individuare strategie efficaci per combattere questo fenomeno, senza mai penalizzare i lavoratori dipendenti che devono pagano le tasse e garantire il diritto del cittadino a poter ricevere le tutele e le prestazioni adeguate da parte del Servizio Sanitario Nazionale.
"Come abbiamo sottolineato più volte - dichiara federconsumatori - ulteriori ticket e ulteriori tagli alla sanità risulterebbero insostenibili per le famiglie, soprattutto per quelle in maggiore difficoltà: investire in salute è un dovere a cui il nuovo Governo non può e non deve sottrarsi".

ITALIA Cgia: IL PAESE PIU TASSATO D'EUROPA

Italia, Cgia: "Il quarto paese più tassato d'Europa" 

L'Italia è il paese più tassato d'Europa. Un'analisi della Cgia di Mestre ha infatti elaborato i dati presentati dall'Eurostat.

Escludendo la Danimarca (47,4%), la Svezia (36,8%) e la Finlandia (30,5%), paesi da sempre notti per una pressione tributaria molto elevatta, ma anche con servizi pubblici e livelli di welfare decisamente stimabili e non riscontrabili in nessun altro Paese d'Europa, l'Italia si trova al quarto posto con una percentuale pari al 30,2%, ben 1,3 punti in più rispetto al 2011.
In Italia il peso delle tasse, delle imposte e dei tributi sul Pil risulta di 3,7 punti percentuali in più e anche superiore di 4,5 punti della media dei Paesi dell'area dell'Euro (25,7%).
"Con un livello di tassazione del genere - esordisce Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia di Mestre - dovremmo ricevere una quantita' di servizi con livelli di qualita' non riscontrabili altrove. Invece, tolta qualche punta di eccellenza che registriamo in tutti i settori, la giustizia civile funziona poco e male, il deficit delle nostre infrastrutture materiali ed immateriali e' spaventoso, in molte regioni del Sud la sanita' e' al collasso, senza contare che la nostra Pubblica amministrazione presenta ancora livelli di inefficienza non giustificabili".
"Se in Italia - aggiunge Berolussi - le tasse continuano ad aumentare e negli ultimi due anni il debito pubblico sul Pil e' passato dal 120 a quasi il 130% e dall'inizio della crisi i disoccupati sono aumentati di circa un milione e mezzo, forse c'e' qualcosa che non va. Dobbiamo assolutamente invertire la rotta, alleggerendo il carico fiscale su cittadini ed imprese, condizione necessaria per far crescere la domanda interna e, molto probabilmente, anche l'occupazione".

SANITA' IL PERICOLO E' LA PRIVATIZZAZIONE DI FATTO

"Sanità, il pericolo è la privatizzazione di fatto. Ecco come...". Intervista a Eleonora Artesio 

Eleonora Artesio è consigliere regionale Federazione della Sinistra in Piemonte.
Cosa sta accadendo in Piemonte per quanto riguarda la privatizzazione della sanità?

La situazione piemontese ha delle caratteristiche originali. E’ l’unica regione del nord sottoposta ad un piano di rientro e quindi si trova in una situazione di controllo sulle azioni di rientro del piano sanitario a cui partecipano soggetti come il ministero della Sanità. A questo la Giunta ha associato l’assegnazione di alcune competenze ad una figura esterna al mondo dei servizi pubblici, cioè un manager della Fiat Iveco. L’operazione che questo assessore ha fatto è stata quella di nuova architettura istituzionale in cui compare un livello intermedio tra le aziende sanitarie e la Regione, ovvero la federazione sovrazonale.
Invenzione pura. Come è stata giustificata?
Questa operazione è stata giustificata con l’idea di dare la gestione, nelle aree no core, dai magazzini all’amministrazione tanto per intenderci, ad amministratori delegati nominati dalle aziende sanitarie che rispondessero direttamente all’assessore. Quindi, si pone da subito un problema di democrazia e di regole, perché i direttori rispondono direttamente alla Regione ma, dall’altro lato rispondono alle conferenze dei sindaci che intervengono sulla definizione delle priorità e valutano l’operato dei direttori generali. Queste nuove figure, ivnece, rispondono solo al proprio consiglio di amministrazione. Così si salta il controllo sociale. E la questione che ha preoccupato molto rispetto alle prospettive future era il fatto che in capo a queste federazioni ci fossero nuove modalità organizzative, dal project financing al partenariato con il privato puro che interviene nel campo dell’informatica, dei trasporti della gestione dei magazzini. In qualche modo è stata ipotizzata una sorta di ingresso di quella imprenditoria che del mondo sanitario non si è mai occupata, eppure sbandiera lo slogan del “privato è bello”. Un modello diverso dalla Lombardia, vorrei sottolineare, che invece ha un rapporto con un erogatore di cura privato. Questo tipo di privato che si sta affacciando all’interno del sistema piemontese è un privato a prescindere, che non ha la cura della sanità ma dei processi organizzativi, sui quali sottrae gestione e direzionalità. Tutto entra nel calcolo dei budget del consiglio di amministrazione.
Un modello complesso, però…
Non è finita, perché a questo hanno associato il fondo immobiliare. Ad un certo punto è cominciata a crescere con la scusa della ricerca delle risorse aggiuntive a causa dei tagli la possibilità che un modo per risolvere la crisi di liquidità potesse essere il fondo immobiliare: 66% dal pubblico e il 33% dal privato. Il pubblico, le aziende sanitarie; e il privato, fondazioni bancarie e assicurazioni sanitarie. Il fondo immobiliare prende le garanzie dal patrimonio asl, che in questo modo avrebbero dovuto avere in cambio quote di partecipazione. Ovviamente poi le aziende stesse avrebbero dovuto pagare un canone di locazione per il le strutture. Il vantaggio accampato è che le asl avrebbero avuto risorse subito.
Una cosa molto simile sono le cartolarizzazioni.
Simile, sì, ma non è la tessa cosa. La cosa che però oltre ad avere questo aspetto inedito inquietava è che in capo al fondo immobiliare si sarebbero messe anche le funzioni legate alla gestione del patrimonio. Quindi di nuovo una operazione per cui ad occuparsi di ampliamento e cura degli edifici fino alle tecnologie non sarebbe stato il direttore generale ma un altro ente, del tutto opaco rispetto al rapporto con i cittadini. Tutta questa vicenda ha livelli di realizzazione diversi. Le federazioni sono nate un anno fa, e stanno ricevendo una resistenza passiva da parte del personale sanitario di tutti i livelli. Tanto che la resistenza passiva sta provocando dei costi aggiuntivi, e il ministero ha messo in mora il Piemonte chiedendo di giustificare quale profitto trae da una operazione del genere. Sul fondo immobiliare, la parola d’ordine della vendita degli ospedali ha suscitato immediatamente l’opinione contraria dei cittadini che ovviamente sono attaccati ai loro ospedali.
E questo ha bloccato il processo?
Non arriveranno a metterlo in campo, tanto è che la stessa Giunta sta tergiversando. L’assessore se ne è andato un mese fa sbattendo la porta contro la politica. L’accusa è di incapacità a governare i costi.
Vuol dire che la privatizzazione fa un passo indietro?
Non direi. In mezzo c’è quello che accade nel quotidiano sul piano della qualità dei servizi. E che riguarda una convinzione che ho, e basta vedere i dati. Cioè che con questa riduzione costante dei trasferimenti non saremo più in grado di garantire i livelli essenziali di assistenza. Dentro questo quadro c’è una grande ipocrisia. Nella riforma del titolo quinto sono stati definiti sì i livelli e quindi gli obblighi di chi fornisce il servizio, ma quello che è saltato però è il rapporto tra le risorse trasferite e la garanzia del rispetto di questi livelli essenziali. A ogni riduzione si è sostenuto che sì le risorse erano minori e il trend concordato nel patto con la salute della crescita del 3-4% annuo si è interrotto ma non bisogna preoccuparsi perché si sta incidendo su sprechi e inefficienza. E’ ragionevole ragionare che nelle macro organizzazioni ci possono essere delle inefficienze ma a volte la dispersione è in qualche modo nello svolgimento del servizio stesso quando, per esempio, la popolazione stessa è distribuita su un’area ampia. o casi particolari come le malattie professionali particolari. Tutto questo quando parlano di sprechi può essere raccontato, come la vicenda della siringa. Il problema è che governare gli sprechi vuol dire guardarli da vicino. La realtà, alla fine, è che se lo fai a distanza di fatto usi il taglio lineare della spesa e l’unica cosa che ti succede è che gli sprechi non li riduci e così metti a rischio la qualità dei servizi.
Per esempio?
Hanno bloccato il turn overe con la perdita di 2.750 unità lavorative nel combinato disposto di tagli e piani di rientro. E la ricerca che fine fa? E le eccellenze? E questo è stato sbandierato come un risparmio di 25 milioni. Si sono prodotte le liste di attesa, non quelle classiche di diagnostica ma quelle del ricovero per anziani e non autosufficienti. Persone che da due anni hanno avuto la certificazione e che invece stanno pagando la loro assistenza e siamo a quota 30mila in lista di attesa.
Ecco, siamo al punto credo…
In questa vicenda qui mi son dovuta ricredere sui criteri di interpretazione del rapporto pubblico-privato. Dentro la spending review c’è anche una ricontrattazione dei contratti con la sanità privata. Il privato accreditato si è visto ridurre del 5% la remunerazione. Quindi, pensare che i tagli rappresentino il favore verso il privato non è l’interpretazione più giusta. Il problema è che è possibile che il privato raccolga una domanda che non è più soddisfatta nel pubblico, che non riesce più a garantire i livelli minimi. E questo lo vediamo abbastanza sui ticket. Quando il governo fece a giugno il mancato rimborso e quindi obbligò le Regioni ad aumentare i ticket quello che venne fuori è che il cittadino va con la sua prescrizione con la ricetta e si sente dire dal privato che se viene con il sistema convenzionato pagherà la tua quota parte ma se viene privatamente pagherà solo 10 euro in più. Questo movimento sposta verso la gestione privatistica, non c’è dubbio. Il privato sta recuperando gli spazi, che nella spending review sono stati tagliati, in una sorta di competizione nell’offerta con il pubblico e l’obiettivo è il cittadino che paga di tasca sua. Aumenterà tutta questa parte di popolazione che finché può paga. Magari si può anche cominciare a pensare che su questo modello si può innescare quello delle coperture assicurative. L’ingresso di un sistema assicurativo nella sanità perché ormai si dà per scontato che i lea non saranno più garantiti e quindi le persone che possono assumono su di sé l’onere, sta nei mumeri.